lunedì 11 settembre 2017

Sulle tracce della leggenda: i megaliti della Valle Argentera


Addentrandoci nella ricerca delle nostre radici di Nativi europei ci si rende conto che c’è molto da scoprire e che con ogni probabilità la ricerca non finirà mai: il mosaico è complesso e la confusione creata in secoli bui di storia cancellata, riscritta e reinterpretata ha creato una coltre di nebbia che ha coperto e appannato storie, tradizioni, reperti, antichi miti.
Eppure, anche partendo solo da flebili frammenti di leggende, ci si accorge che c’è un cammino già tracciato, un filo di Arianna che aspetta solo di essere scoperto e ritrovato. Pian piano il mosaico prende forma e la vera storia dei territori celtici appare sempre più reale. Dapprima con  elementi sparsi e apparentemente sconnessi, poi via via sempre più netti e collegati tra di loro, fino a formare un disegno globale impressionante in cui leggende, ritrovamenti, racconti, tradizioni, segreti degli anziani, si inseriscono armonicamente rivelando una storia precisa, la “nostra” storia.
Nei territori del Piemonte, e nei territori europei ad essi collegati, esistono percorsi megalitici che portano ad individuare tracce di un passato ancora vivo, usanze legate tra di loro da una cultura comune, conoscenze segrete di anziani che conservano gelosamente tradizioni antiche.
Secondo un’antica leggenda, nelle valli del Piemonte migliaia di anni fa esisteva Rama, una immensa città megalitica; un mito che ha lasciato profonde tracce nelle tradizioni europee. Una città che sarebbe scomparsa a seguito di un cataclisma naturale.
Questa leggenda sarebbe all’origine di importanti tradizioni come quella del Graal.
Il mito della città di Rama continua ad affiorare dai racconti dei valligiani e nella vita quotidiana, una tradizione che sembra collegata agli imponenti megaliti presenti su tutto il pianeta.
Secondo la leggenda, una vasta regione, che oggi si estende dal Piemonte alla Savoia e alla Provenza fino a raggiungere la Liguria e la Valle d’Aosta, è stata testimone di eventi straordinari che rappresentano le radici culturali di queste stesse terre e di tutto il continente europeo.
Con la chiave interpretativa fornitaci dalla leggenda non è difficile imbattersi, nel corso delle ricerche, in imponenti siti megalitici che sembrano percorrere tutto il Piemonte.
E’ ormai consuetudine trovare gli insediamenti megalitici in luoghi particolarmente magici. Questa volta le ricerche ci hanno condotto nella Valle Argentera, presso Sauze di Cesana in alta Valle di Susa.
Come sempre accade in questi casi, abbiamo dovuto penare un po’ per trovare il posto che non era facile da trovare nonostante le indicazioni degli anziani del luogo. Ma quando siamo riusciti a scorgere i primi menhir la nostra gioia è stata grande: si trattava non di qualche menhir isolato, bensì di un vastissimo insediamento megalitico con allineamenti di menhir, cromlech, dolmen e tumulus. Una vera miniera d’oro per i ricercatori di megaliti!
Le pietre sono con evidenza interrate e quasi sepolte per metà dalle stratificazioni del terreno che si è depositato nei millenni e che impedisce di vederne l’altezza reale.
Lo scopritore, il noto scultore del legno Mario Castagnasso, cultore di storia locale, ha sottoposto ad esperti del settore l’analisi delle pietre che sono state datate circa 3.000 anni a.C.
Tuttavia, come spesso accade in questi casi, le ricerche si sono arenate e il luogo è stato dimenticato dai ricercatori e dalla Sovrintendenza dei Beni Archeologici. Evidentemente le ricerche che riguardano le origini della nostra Storia non sono di interesse degli enti preposti.
Eppure il sito è davvero notevole. Oltre a trovarsi in una valle particolarmente incantata, con panorami mozzafiato, l’insediamento si estende su un’area molto estesa che di certo può riservare ancora molte sorprese. Oltre agli allineamenti e al cromlech esiste un masso, che è stato definito erratico, di sei metri di altezza che presenta una strana peculiarità: indica l’ultimo raggio del sole al solstizio d’estate. Il masso potrebbe essere stato usato come mirino in quanto assume la funzione di traguardo del tramonto del solstizio estivo in rapporto ad alcuni menhir.
Secondo i ricercatori del CesMap (Centro Studi e museo d’arte preistorice di Pinerolo), interpellati da Mario Castagnasso, il grande masso potrebbe avere una funzione archeoastronomica. Peccato che le ricerche sono state poi abbandonate.
Se si perlustra la zona adiacente ai menhir, non è difficile imbattersi in altri reperti interessanti che meriterebbero un’analisi approfondita, come il grande dolmen poco distante, o il tumulus collocato a circa 50 metri dai menhir, quasi interamente interrato, ma di cui si intravedono le pietre del dolmen all’ingresso e il muretto a secco che lo delimita.
Una volta di più ci si chiede chi fossero i misteriosi abitanti di queste zone, come sia possibile che siano stati cancellati dalla storia nonostante le imponenti vestigia sparse in tutto il Piemonte e non solo; e ci si chiede il motivo di questo disinteresse da parte degli enti preposti alle ricerche archeologiche, finanziati dai cittadini. Come spesso accade, queste ricerche sono portate avanti da ricercatori autodidatti, senza risorse e corroborati solo dalla loro passione. E’ accaduto nel caso della scoperta delle mura di Rama da parte di ricercatori della Ecospirituality Foundation, una scoperta che ha elevato la città di Rama dalla leggenda alla Storia.
Il sito megalitico della Valle Argentera è una ulteriore conferma della presenza di questo vastissimo insediamento urbano, ricordato ancora oggi dalle Famiglie Celtiche della Valle di Susa e delle Valli di Lanzo.
La ricerca continua.

venerdì 6 gennaio 2017

Alieni in visita a Dreamland

Quando succede qualcosa di eccezionale, capita che lì per lì non ci si accorga della sua eccezionalità. Capita dopo, magari quando la cosa eccezionale fa ormai parte del passato, di accorgersi di essere stati testimoni di un evento speciale, o quantomeno, speciale per noi.
Questo inizio d’anno ha avuto una sua peculiarità del tutto inaspettata: mi sono trovata improvvisamente coinvolta in un clan di un centinaio di individui, veri e propri alieni rispetto alla nostra cultura quotidiana. Si tratta di una comunità formata da pecore, agnelli e montoni, che temporaneamente si è insediata nei terreni intorno all’Ecovillaggio di Dreamland, nel Parco della Mandria in Piemonte. Questo fatto ha cambiato (e direi anche sconvolto, in senso positivo) il tran tran quotidiano del villaggio abitato normalmente da animali umani e non.
Vedere ogni mattina un intero prato abitato da una massa di nuvole bianche che si muove uniforme, belando, pascolando, facendo la siesta… è già di per sé sorprendente. Ma ancor più sorprendente è accorgersi che questa nuvola bianca è formata da individui che si distinguono tra di loro, che ti osservano, che pian piano manifestano una loro identità peculiare.
Sto dicendo delle banalità, lo so. Gli animali non umani sono esseri senzienti esattamente come noi, ognuno con la sua personalità e cultura. Ma se è facile (più o meno… dipende dal soggetto) instaurare una dinamica con il proprio coinquilino felino o con il cane che abita con noi, più difficile è farlo con quegli animali considerati “da reddito”. Se non altro perché ci sono molte meno occasioni di averci un rapporto.
L’occasione mi sta capitando con la comunità di pecore che abitano temporaneamente con me. E devo dire che è un’esperienza eccezionale. Ogni giorno è diverso dall’altro. Ogni giorno si fidano un po’ di più, mi osservano e sento che in qualche modo anche loro sono curiosi, curiosi di capire il posto dove si trovano e gli umani che lo abitano.
Il primo giorno non mi guardavano per niente, ma ormai ho capito che era solo una finta… facevano le indifferenti, non facevano altro che mangiare l’erba, ma sotto sotto mi osservavano.
Poi ogni giorno si avvicinavano sempre di più e smettevano di mangiare per guardarmi e studiarmi.
Sto riuscendo a distinguerle: tra di loro ci sono le pecore curiose, quelle che mi vengono incontro, e altre curiose ma timide che mi guardano da lontano. Ci sono i montoni che controllano tutta la comunità. Ci sono anche alcune pecore nere, bellissime. Ognuno ha il suo ruolo, pur muovendosi all’unisono. Trasmettono un grande senso di armonia e serenità.
E poi c’è stato il fatto che mi ha colpito di più: in una notte ventosa, sotto un incredibile cielo stellato, sono nati Kemò e Dream, due stupendi agnellini. “Kemò” in antico gaelico vuol dire “vento”, mentre Dream prende ispirazione da Dreamland, il luogo che li ospita.
Questo evento è sentito da tutta la comunità: gli agnellini sono costantemente protetti, tenuti d’occhio, educati a fare tutto ciò che deve fare un bravo agnellino.
La comunità ha un guardiano: Muret. E’ un bastardino nero, simpaticissimo, che si è accollato il compito di controllare il gregge e di far sì che non gli capiti niente di pericoloso. Muret è un cane intelligentissimo che vive per le pecore, e le pecore hanno fiducia in lui e lo seguono quando lui le guida da un posto a un altro.
Il “caso” ha voluto che questa famiglia di individui non umani, per una serie di circostanze “casuali”, sia approdata a Dreamland. Insieme a SOS Gaia, e soprattutto con Roberto e Nadia, gli amici che stanno condividendo con me questa esperienza minuto per minuto, faremo in modo che questa famiglia rimanga sempre unita, non venga sfruttata in alcun modo, venga trattata bene e con la dignità che merita (come sembra che già avvenga). Che viva in pace e armonia una lunga vita felice. “Live long and prosper!”
L’evento che questo 2017 mi sta regalando già dai suoi primissimi giorni mi sta portando in una dimensione piena di magia e mi ricorda che al di là degli orizzonti di un quotidiano fatto di problemi da risolvere, di fatti orribili che si leggono ogni giorno sui giornali, di obnubilamento inculcato dai media della società maggioritaria, c’è una realtà diversa. Fatta di armonia, di contatto con la natura e di amore. E una volta di più sono gli animali che me lo ricordano.

lunedì 18 luglio 2016

Dubbi vegani


Chi adotta l’alimentazione vegana si trova spesso a dover fronteggiare tutta una serie di quesiti, obiezioni, domande inquisitorie poste dai carnivori. E questo a volte può far venire dei dubbi sulla scelta fatta.
Stranamente, è molto raro che succeda il contrario, ossia che chi ha scelto l’alimentazione vegana si ponga di fronte ai carnivori che incontra chiedendogli ragione della loro scelta alimentare. A meno che non siano degli estremisti missionari, come ce ne sono in tutti gli ambiti, i quali non solo ottengono l’effetto contrario, ma creano diffidenza verso tutta la categoria.
Questo rivela come la società maggioritaria possa far sentire “diversi” coloro che non seguono la massa e non si adeguano alle ideologie che provocano uno stato di disequilibrio planetario, mentre fanno sentire “normali” coloro che contribuiscono a questo scempio mantenendo le grandi catene di distribuzione basate essenzialmente sugli allevamenti intensivi e quindi contribuendo alla carneficina di animali uccisi a miliardi ogni giorno, nonché alla deforestazione e all’inquinamento ambientale.
Ma torniamo alle domande più frequenti che i vegani si sentono porre.
La più gettonata, supportata anche dall’attuale papa: “Perché pensare agli animali quando ci sono tanti uomini che soffrono?”
E’ facile rispondere. Di solito chi è sensibile verso gli animali lo è anche verso gli umani. L’attenzione verso gli animali, i più deboli fra i deboli, non corrisponde a indifferenza verso il genere umano, è vero il contrario. Il rapporto con gli animali addolcisce, rende morbidi e più attenti alla sofferenza in genere. Questa domanda è spesso posta da persone che non fanno nulla né per gli animali né per gli uomini. Chi davvero è sensibile alla sofferenza non fa distinzioni o graduatorie.
Altra obiezione: “L’uomo è nato carnivoro, tant’è che ha i canini”.
In effetti abbiamo due piccoli canini come tutti gli erbivori, che sono fondamentali per mangiare certi tipi di alimenti vegetali. Chi dice che i canini dimostrano che dobbiamo mangiare carne si dimentica che con i nostri canini non possiamo certo azzannare né sbranare alcun tipo di animale. La carne viene cotta per ammorbidirla e viene frollata, che è poi l'inizio della decomposizione. Questo ammorbidisce la carne che finisce nel piatto, che altrimenti non sarebbe possibile mangiare con i nostri piccoli canini. Secondo gli studi che sono stati fatti dagli antropologi proprio sui denti fossili,  gli antenati umani, in origine, non erano mangiatori di carne né erano onnivori. I loro denti invece sembrano mostrare le tipiche caratteristiche di chi si nutriva di una dieta essenzialmente a base di frutta. Del resto, a conferma di questa tesi, il tratto intestinale dell'animale umano è lungo sei volte di più di carnivori ed onnivori. Nel lungo tratto intestinale umano la carne va in putrefazione e produce tossine dannose.
Anche qui, chi fa questo tipo di obiezione cerca solo una scusa per non rinunciare alla carne, che si sa, crea assuefazione in chi la consuma. Anche se fosse dimostrato che i canini rivelano che l'uomo è una creatura onnivora (cosa che non è), allora dovremmo ritornare all'età della pietra? In certi momenti storici si è praticato anche il cannibalismo. Adottiamo anche quello? Ci sono molte cose innaturali che oggi facciamo, come usare il cellulare, curarci con la chirurgia, portare gli occhiali... e allora? Cosa dimostra questo? che non viviamo in modo "naturale"? In definitiva, qual è il modello da adottare? Il discorso porta lontano, ed è un tema che molti usano in maniera demagogica per difendere la caccia, i circhi con animali, ecc.
Un’altra critica, anche questa molto gettonata: “Non mangi la carne, ma non pensi alle piante?”
Questa contestazione è di “lana caprina” ed è facile cadere in preda a dubbi. La risposta “preferisco salvare gli animali piuttosto che le piante” non mi trova d’accordo, perché gli studi hanno dimostrato che anche le piante soffrono, e molti esperimenti condotti sui vegetali hanno rivelato che sono dotati di intelligenza e sono in grado di comunicare tra loro e con gli uomini. Addirittura è stato provato che hanno un ciclo di sonno-veglia, come gli umani e gli animali. Quindi questo sembrerebbe un punto debole dell’alimentazione vegana. Ma se approfondiamo l’argomento ci accorgeremo che non è proprio così. Si può constatare come le piante, le più antiche forme di vita del pianeta, abbiano una diversa sensibilità fisiologica dai mammiferi e si siano adattate avendo a che fare con i predatori e rilasciando parti del loro insieme non danneggiando irreversibilmente la pianta. Se si coglie un frutto o se si coglie della verdura senza danneggiarne le radici, la pianta in questione sopravvive e continua a vivere ricrescendo e riproducendosi. Le piante si sono strutturate per sopravvivere ai predatori e addirittura, nutrendosi dei loro frutti, si contribuisce alla loro sopravvivenza planetaria portando le sementi su tutto il pianeta. Se si vuole arrecare loro il minor danno possibile ci si può orientare verso le sementi, come i fagioli, la soia o il lupino. Oppure verso la raccolta di frutti. E in ogni caso si deve evitare di danneggiarne le radici, che secondo le antiche tradizioni sono la sede del cervello e della profonda sensibilità di ciascuna pianta.
Ma anche questa obiezione che viene fatta ai vegani è pretestuosa: chi fa questa domanda non si preoccupa davvero delle piante, perchè di solito i carnivori si nutrono sia di carne che di vegetali.
Altra domanda frequente: “Ma se galline e mucche sono tenute libere, qual è il problema nel mangiare uova e latticini?”
Il discorso è complesso e lo si può affrontare da più punti di vista. Innanzitutto c’è un problema etico. Dobbiamo considerare che non siamo gli unici esseri senzienti sul pianeta, ma siamo tutti figli di Madre Terra, e anche le altre specie sono dotate di intelligenza. Lo specismo ci fa considerare "normale" sfruttare gli animali perchè non sono della nostra specie, ma questa è un'ottica egoistica basata sull'antropocentrismo. Qual è il problema se si consumano uova e latte provenienti da animali liberi e trattati bene?
Prima di tutto chi ha galline e mucche, anche se tenute libere, non è credibile che non le ammazzi per mangiarsele. C'è chi assicura che non farà mai del male alle galline che alleva, ma è difficile crederci, perché quando le galline smettono di produrre le uova, non verranno tenute in vita, e con molta probabilità verranno uccise. Inoltre, quelle galline da dove arrivano? Vengono comprate, e per ogni pulcino femmina che viene venduto come gallina ovaiola c'è un pulcino maschio che invece viene ucciso appena nato perché "inutile".
Ma mettiamo il caso più unico che raro in cui questo non si verifichi e le galline siano salvate dagli allevamenti: in quel caso le galline sono ospiti a cui si è salvata la vita, e si potrebbe pensare che se fanno le uova non c'è nulla di male nel mangiarle. Invece, togliendo loro le uova si danneggia la loro salute, perché se gliele si lascia, loro le covano e anche se non nasce il pulcino (perché ovviamente non sono fecondate) comunque non ne producono altre, mentre se gliele si toglie continuano a produrne e questo fa esaurire le loro riserve di calcio sottoponendole a osteoporosi, fratture ossee ed altri disturbi. Infatti spesso succede che le galline libere nascondano le loro uova affinché non vengano loro sottratte.
Passiamo alle mucche. La mucca per dare latte deve per forza partorire, e il latte che produce serve a nutrire il suo vitello. Quindi, se anche la mucca fosse stata adottata incinta, solo per salvarla, il suo latte va a suo figlio, e non agli umani. In tutti i casi "normali", invece, il vitello viene venduto per essere macellato, la mucca per produrre latte deve essere ingravidata ogni anno e quando non serve più viene macellata. Realisticamente, non esiste nessun caso in cui si possa produrre latte per il consumo umano senza uccidere animali.
Bisogna anche considerare un discorso salutistico: è documentato che le uova possono danneggiare il cuore a causa del colesterolo in esse contenuto o il fegato e possono trasmettere la salmonella. Per quanto riguarda il latte, quello della donna fa bene al neonato, quello della mucca fa bene ai vitelli. Ci sono innumerevoli studi che dimostrano i danni del latte vaccino sugli umani.
Ci sono poi le obiezioni riguardanti il cibo vegano: “Ma non sa di niente!”, “Ma come fai ad avere tutte le vitamine necessarie?”
Queste obiezioni derivano solamente da una scarsa informazione, poiché è facilissimo documentarsi sui benefici e sulle proprietà della verdura, della frutta e dei legumi. Inoltre il sempre più crescente numero di ristoranti vegani dimostra come si può gustare un menù gustosissimo e ricco, senza rimpiangere carne o latticini.
In conclusione, appare evidente che ci sono due forme mentis opposte l’una all’altra: chi cerca di mantenere uno status quo, anche in buona fede, rendendosi complice senza rendersene conto di un massacro planetario che ogni giorno fa miliardi di vittime, e chi sembra provenire dal futuro. Infatti il futuro, se vogliamo che ESISTA un futuro, dovrà per forza essere vegano. Gli allevamenti intensivi massacrano gli animali, provocano il cancro nelle persone e distruggono il pianeta essendo la maggior causa di inquinamento.
Questo deve farci riflettere sul nostro ruolo di animali umani, che a forza di considerarci dominatori di tutto il creato finiremo, se non prenderemo provvedimenti, con il distruggerci, distruggendo la nostra Madre Terra e tutti i suoi abitanti.

lunedì 5 ottobre 2015

Ritorno a casa


Questo per il LabGraal è l’anno dei ritorni.
L’estate del 2015 ci ha portato da Newport Beach, California, il nostro storico sound engineer Antonio Carbone che non vedevamo da sei anni e con cui abbiamo passato tanti momenti epici sia in questo emisfero che in quello Australe. L’incontro è stato emozionante, ma dopo pochissimo era come se non ci fossimo mai lasciati e i concerti che questa estate abbiamo fatto con lui lo hanno pienamente dimostrato. Poi ci siamo di nuovo dovuti lasciare, non senza commozione, per mettere nuovamente tra di noi circa 10.000 km. Ma con mille promesse di rivederci presto, qui o nel suo mondo.
L’autunno invece ci ha portato un altro regalo dalla California, questa volta da Los Angeles: Stefano Milla, nostro regista altrettanto storico, piombato direttamente dal cielo sul cerchio di pietre di Dreamland con tanto di cast in costume e tutta l’attrezzatura per girare un fantasy tra i megaliti. Dopo anni ho riabbracciato Stefano proprio al cerchio di pietre: mi ero appena alzata, nemmeno preso il caffé, e in quella dimensione ancora un po’ onirica mi sembrava del tutto naturale che lui fosse lì, come se non se ne fosse mai andato.
Ma i ricordi erano lì in agguato, pronti a sommergermi: gli spettacoli al Teatro Nuovo e al Piccolo Regio, con tutto quello che hanno comportato. Preparare uno spettacolo teatrale significa vivere insieme a musicisti, regista, staff, attori, praticamente sempre, fino a spettacolo concluso. Una bolla che contiene tutti e in cui non c’è spazio per nient’altro.
Ma soprattutto il film Shan. Un’esperienza indelebile che continua tuttora, nonostante siano passati otto anni dalla Prima. Com’è possibile che un film così strano (non è un documentario, non è un musical, non è una fiction, non è definibile e non rientra in nessun genere) rimanga indelebilmente impresso e, allo stesso tempo, ogni volta che lo si visiona sembri diverso? Mistero.
Ieri, vedendo Stefano muoversi nel cerchio di pietre con il suo staff, mi sembrava che ci fosse una vibrazione, un vortice che ci muoveva tutti come attori inconsapevoli di un copione che si sta scrivendo da solo, con una trama e un finale solo a lui noti.
Non è mia abitudine guardare al passato. Non mi piace e soprattutto,
dimentico in fretta. Ma a volte può essere curioso guardarsi indietro e notare come tutti quei fatti che abbiamo vissuto come casuali abbiano formato una trama il cui disegno si è rivelato solo molto tempo dopo. E gli elementi che hanno contribuito a creare il disegno sono stati anch’essi “toccati” da una sorte comune. A volte questi elementi si manifestano insieme. E’ un caso che ieri con noi e Stefano ci fosse anche Annamaria, la persona che molti anni fa ci ha
fatti incontrare? E’ un caso che ieri si sia creato uno squarcio nel tempo meteorologico contrariamente a tutte le previsioni, regalandoci una giornata fantastica che ha permesso a Stefano e il suo staff di fare le riprese al cerchio e a noi di innalzare la bandiera di Dreamland al suono della cornamusa di Luca, con un Templare che testimoniava l’evento? Se poi ci voltiamo indietro, sono tante le cose che si sono messe a posto come tessere di un puzzle creando eventi inaspettati, quasi a nostra insaputa.
Non so se anche questa volta l’incontro con Stefano sarà foriero di qualche evento notevole. Finora lo è stato. Ma è inutile chiederselo. Non possiamo fare altro che lasciarci guidare dall’onda, senza opporci.
Ci saranno sicuramente altri ritorni, per tutti noi. Perché è il cerchio di pietre che lo vuole, e ogni volta è un ritorno a casa.

domenica 17 agosto 2014

I Popoli di Madre Terra


Come ogni anno mi sono “tuffata” in un mondo invisibile, l’ "isola che non c’è”, e come sempre, tornando a casa, mi sono chiesta come sia possibile che questa realtà venga trascurata, nascosta, non considerata.  
Partecipavo con Giancarlo alla sessione annuale dell’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples dell’ONU di Ginevra, eravamo lì in veste di delegati  di sei comunità indigene di tutto il pianeta per difendere le loro tradizioni e i loro luoghi sacri. Un impegno preso molti anni fa, riconoscendoci nei loro diritti e nella consapevolezza di una comune identità. Con noi c’erano i nostri compagni di avventura, Luca e Gianluca, staff ormai consolidato che vive con noi le stesse passioni, non solo musicali. 
Una full immersion tra le comunità native ha il potere di risvegliare la speranza che il mondo possa davvero cambiare. Assistere alle discussioni su come rendere pratica la Carta dei Diritti, quei diritti fondamentali che dovrebbero essere il minimo standard riconosciuto a chiunque, ascoltare le esperienze personali di chi è stato sottoposto a violenze e abusi, nemmeno tanto tempo fa, e nello stesso tempo vedere con quanta dignità, consapevolezza e armonia tutti questi problemi vengono affrontati... è decisamente un’esperienza non comune.
Così come è un’esperienza non comune vedere in tutte queste comunità, così diverse, così lontane per luogo geografico e appartenenza culturale, spesso con lingue incomprensibili, una sintonia che permette di intendersi sulle cose fondamentali, come il rapporto con Madre Terra e il riferimento spirituale nella Natura.

Avendo a che fare con queste comunità appare lampante il motivo per cui le grandi religioni e la società maggioritaria hanno cercato di annientarle. E’ un confronto in cui la società maggioritaria ne esce inevitabilmente perdente. E’ un pericolo destabilizzante, perchè mostra l’esempio di una società basata su libertà, armonia, spiritualità senza dogmi. Quando non è riuscita ad annientarle, la società maggioritaria ha cercato di assimilarle, riuscendoci solo in parte. Le nefandezze compiute ai danni dai Nativi sono molteplici e indubbiamente hanno richiesto una gran dose di genialità, pur se sembra partorita da menti malate. L’apice è stato raggiunto con l’operazione che ha cambiato nome a seconda dei continenti ma in sostanza sembra sia scaturita da una forma mentis comune. In Australia l’hanno chiamata la “stolen generation”, generazione rubata. Migliaia di bambini rubati alle loro famiglie per eliminare il Nativo che era in loro. In Canada invece, in un recente studio emerge che almeno 100.000 bambini nativi americani sono stati uccisi nelle apposite "scuole residenziali", di cui due terzi erano gestite da suore e preti cattolici. Secondo le testimonianze di alcuni sopravvissuti, risulta che i bambini venivano volontariamente infettati con malattie mortali, sterilizzati, forniti agli ospedali come cavie per esperimenti "scientifici", stuprati, venduti ai pedofili, torturati atrocemente, picchiati a morte, assassinati in varie maniere, sottoposti ad ogni forma di violenza psicologica e fisica. Nel migliore dei casi, questi bambini venivano privati delle loro famiglie, puniti se parlavano la loro lingua e se praticavano le loro tradizioni, usati come schiavi. Tristemente famoso il motto dei colonizzatori su territorio americano: “kill the indian, save the man”. Una situazione che si è protratta per oltre un secolo ed è proseguita fino al 1990.
Eppure, nonostante quello che i Nativi hanno subìto dai colonizzatori, in loro traspare un’armonia, una pace invidiabile, ma anche una determinazione nel far valere i propri diritti.
E’ in atto un processo di “riconciliazione” che ha lo scopo di aprire un dialogo tra i governi e i Popoli indigeni, facendo finalmente emergere le responsabilità degli Stati circa i soprusi del passato allo scopo di trovare una via di uscita da posizioni apparentemente inconciliabili, e soprattutto di intraprendere un dialogo. Ora i governi chiedono scusa ai Nativi, come l’Australia che ha instaurato il “Sorry Day”, ma questo agli indigeni ovviamente non è sufficiente. La Truth and Reconciliation Commission del Canada stimola gli aborigeni a farsi avanti, a testimoniare le violenze subite, a uscire allo scoperto. Il suo motto è: “La verità sulle nostre comuni esperienze aiuterà a liberare i nostri spiriti e aprirà la via per la riconciliazione.”
Gli Indigenous Peoples hanno molto chiara la responsabilità della Discovery Doctrine nei confronti dei torti che hanno subìto, tanto da dedicare ad essa, nel 2012, un intero Forum all’ONU di New York in cui è stato chiesto al Vaticano di abolire la famigerata bolla papale che permetteva ai coloni, per diritto divino, di impossessarsi delle terer scoperte con tutto quanto c’era sopra, Nativi compresi. Abolizione che non è mai avvenuta, nemmeno come gesto simbolico.
Eppure il genocidio dei Popoli indigeni è considerato evidentemente un fatto trascurabile dai libri di storia e dai mass media. Su Wikipedia alla voce "Genocidio" troviamo le stragi compiute dai nazisti in Europa e dai comunisti in varie parti del mondo. Nessun accenno allo sterminio degli Nativi americani, 97% della popolazione dal 1500 alla fine del 1800. Nessu accenno al genocidio canadese né a quello degli aborigeni australiani e neo-zelandesi ad opera degli inglesi che dal 1700 al 1928 ha decimato oltre il 90% della popolazione. Evidentemente, questi sono genocidi di serie B. Nemmeno a questo riconoscimento hanno diritti i Popoli indigeni.
I danni della Discovery Doctrine non sono evidenti solo nei Nativi di altri continenti: si sono manifestati anche in Europa. Le “prove generali” di genocidio delle culture autoctone sono avvenute molti secoli prima delle colonizzazioni degli altri continenti. E sono state fatte proprio in Europa, ai danni dei cosiddetti “pagani” che popolavano i nostri territori. I popoli autoctoni dell’Europa, i Nativi Europei, sono stati privati della loro cultura e delle loro tradizioni. Culture pacifiche che sono state colonizzate, assorbite e distrutte prima dall’Impero romano e poi dal Cristianesimo. Queste culture sono state per la maggior parte distrutte, ma non del tutto. Molte comunità autoctone continuano discretamente a portare avanti le loro tradizioni, ancorché nel silenzio, nell’intento di preservarle. 
La sessione si è conclusa con un rito Nativo americano molto toccante, poi è stata la volta degli abbracci e degli scambi di contatti, come sempre. Come sempre, ogni delegato sapeva che sarebbe tornato alla sua Comunità arricchito, colmo di esperienze, di notizie e informazioni utili.
C’è sempre una vena di malinconia nel lasciare un ambito che è stata occasione di incontri planetari, tra comunità che, senza quell’occasione, probabilmente non avrebbero neppure saputo dell’esistenza gli uni degli altri. Eppure ogni volta la speranza è più forte e diventa sempre più concreta. I Popoli Nativi rappresentano l’unica vera speranza in questo mondo malato, in questa umanità divisa da guerre di religione. La speranza di un mondo migliore, basato sull’armonia, sulla libertà, sulla conoscenza. Nel riferimento all’unica vera nostra maestra: Madre Terra.

domenica 10 agosto 2014

Witch Dance

“Every time
that two or more Shana
reunite in a circle
around of a heated Siv'Nul
Shan is present among them
Every time
that two or more Shana
reunite in a circle
they may ask whatever
for them and humanity”


Questo mantra, continuamente ripetuto nella canzone del LabGraal “Witch Dance”, è un’antica evocazione magica dello sciamanesimo druidico arcaico. Un rito magico che secondo il mito vuole significare il potere che l’uomo può avere sugli elementi naturali, a patto che li usi a scopo benevolo.
“Ogni volta che due o più Shana si riuniscono davanti ad un Siv'nul acceso, lo Shan è presente tra di loro, ed essi possono chiedere qualsiasi cosa per il benessere dell'umanità”.
Il mito si riferisce a un’era arcaica in cui i membri dell’antico popolo Shan usavano accendere ritualmente un candeliere a tre braccia (il Siv’Nul) come rito propiziatorio.
Questa litania ci ha accompagnato per tre giorni durante le riprese del videoclip di Witch Dance, giorni pieni, faticosi e indimenticabili, in cui abbiamo girato per 15 ore giornaliere consecutive. Dal mattini presto (ci si alzava alle 8, per noi del LabGraal l’alba) fino a notte inoltrata, senza fermarsi un attimo. Giorni vissuti tutti insieme, LabGraal con il regista e la troupe, tutte le comparse e i collaboratori, in cui si è creata una situazione quasi irreale, una bolla di realtà parallela senza tempo e fuori dallo spazio.
Le location hanno sicuramente contribuito: erano il Ponte del Diavolo di Lanzo, il boschetto druidico di Villar Focchiardo e Dreamland nel Parco della Mandria. Posti magici, forse tra i più particolari della Val di Susa e delle Valli di Lanzo, che in quelle giornate hanno dato il meglio di sé. Abbiamo sfidato il tempo (meteorologico) che, contro ogni previsione, si è rivelato perfetto. Temevamo i temporali annunciati dalle previsioni, e ancor più temevamo il caldo estivo, che mal si confaceva con lo spirito del video. E invece abbiamo avuto in regalo un tempo nordico che ci ha mostrato scenari spettacolari.
Il primo giorno, lo scenario medievale del Ponte del Diavolo di Lanzo ci ha trasportato in un’era antica e senza tempo. Le comparse nei loro mantelli, muniti di torce, sembravano viandanti instancabili di un tempo remoto alla ricerca del senso della loro esistenza. I simboli che trovavano sul cammino li ponevano nella giusta direzione, nota solo a chi aveva tracciato il disegno invisibile che si sarebbe rivelato solo alla fine. Intanto noi musicisti, in un altro tempo, vivevamo la nostra storia parallela.
Il giorno seguente, catapultati nel bosco sacro dei druidi della Val di Susa, abbiamo vissuto momenti idilliaci nel trovarci tutti insieme in un posto da favola, dove era impossibile non percepire l’armonia della Natura e dove tutto, dagli alberi secolari agli antichi reperti megalitici, dalle ruote solari ai muretti di pietra, accompagnati dal canto degli uccelli, ci parlava di amore, di libertà e di conoscenza antica.
Mentre Domiziana mi truccava per le riprese sentivo il tranquillo vociferare della troupe e delle comparse, l’acqua del ruscello che scorreva senza sosta, il cinguettìo degli uccellini... un’atmosfera così magica che pensavo di stare ancora sognando nel mio letto. Rivivrei ogni minuto di quelle giornate, anche se le riprese sono state fatte e rifatte n-volte, anche se inevitabilmente i tempi “morti” impiegati nella preparazione erano molto più lunghi delle riprese stesse.
Al calar della sera le corse per cogliere la luce giusta di un tramonto che non concede ritardi rendevano improvvisamente frenetico il lavoro.
Presto, non c’è tempo! Accendi il falò... quanto dura il falò? Venti minuti? Presto, è già buio! Le torce si consumano troppo in fretta... All’improvviso i tempi rallentati della giornata diventavano convulsi a causa di una situazione cosmica che non sente ragioni. Il sole tramonta ogni giorno, puntualissimo. E puntualissimo arriva il buio.
Come nella strofa della canzone:

“Svegliati uomo,
la morte ti attende...
Svegliati uomo,
il tempo è arrivato.
Non rimanere
prigioniero del nulla”

Non c’è tempo, non c’è più tempo. Ma nulla ci vieta di goderci ogni attimo della nostra vita come se fosse l’ultimo. Questa era l’aria che respiravamo, tutti insieme, quando poi, stanchi, ci concedevamo finalmente la spaghettata dell’una di notte, dopo una giornata vissuta a cavallo tra realtà e sogno.


venerdì 1 novembre 2013

Samain...


La porta si è aperta, puntuale. Le danze festose dei partecipanti si mescolano ai balli gioiosi di creature invisibili agli occhi. Non c’è distinzione fra gli abitanti di questo e dell’altro mondo, siamo tutti insieme, tutti affratellati da una stessa esperienza. I vivi e i morti si incontrano e non si distingue chi siano gli uni e gli altri. Creature dell’Autre-monde si divertono a rincorrersi nel cerchio di pietre, facendosi scorgere per un attimo, per poi scomparire nel nulla.
Le limitazioni dei cosiddetti “vivi” impediscono di vedere cosa accade intorno. Siamo costretti in questo gioco, chiusi nella gabbia che ci limita le facoltà. Loro, invece, possono. Hanno superato la soglia e possono vedere sia loro che noi. Possono ridere dei nostri limiti sapendo che una volta erano i loro. E saremmo noi, i “vivi”?
Stranamente c’è chi, anche da questa parte della soglia, sembra non avere questi limiti. I nostri compagni di forme diverse, non sembrano stupiti di ciò che accade. Per loro, ogni giorno è Samain.
Ma la porta si è aperta, e finalmente anche per noi umani la magia si ripete. Anche quest’anno possiamo incontrarci.
E’ un momento di gioia.
Il Cerchio di Pietre anche questa volta ha mantenuto la sua promessa.