lunedì 5 ottobre 2015

Ritorno a casa


Questo per il LabGraal è l’anno dei ritorni.
L’estate del 2015 ci ha portato da Newport Beach, California, il nostro storico sound engineer Antonio Carbone che non vedevamo da sei anni e con cui abbiamo passato tanti momenti epici sia in questo emisfero che in quello Australe. L’incontro è stato emozionante, ma dopo pochissimo era come se non ci fossimo mai lasciati e i concerti che questa estate abbiamo fatto con lui lo hanno pienamente dimostrato. Poi ci siamo di nuovo dovuti lasciare, non senza commozione, per mettere nuovamente tra di noi circa 10.000 km. Ma con mille promesse di rivederci presto, qui o nel suo mondo.
L’autunno invece ci ha portato un altro regalo dalla California, questa volta da Los Angeles: Stefano Milla, nostro regista altrettanto storico, piombato direttamente dal cielo sul cerchio di pietre di Dreamland con tanto di cast in costume e tutta l’attrezzatura per girare un fantasy tra i megaliti. Dopo anni ho riabbracciato Stefano proprio al cerchio di pietre: mi ero appena alzata, nemmeno preso il caffé, e in quella dimensione ancora un po’ onirica mi sembrava del tutto naturale che lui fosse lì, come se non se ne fosse mai andato.
Ma i ricordi erano lì in agguato, pronti a sommergermi: gli spettacoli al Teatro Nuovo e al Piccolo Regio, con tutto quello che hanno comportato. Preparare uno spettacolo teatrale significa vivere insieme a musicisti, regista, staff, attori, praticamente sempre, fino a spettacolo concluso. Una bolla che contiene tutti e in cui non c’è spazio per nient’altro.
Ma soprattutto il film Shan. Un’esperienza indelebile che continua tuttora, nonostante siano passati otto anni dalla Prima. Com’è possibile che un film così strano (non è un documentario, non è un musical, non è una fiction, non è definibile e non rientra in nessun genere) rimanga indelebilmente impresso e, allo stesso tempo, ogni volta che lo si visiona sembri diverso? Mistero.
Ieri, vedendo Stefano muoversi nel cerchio di pietre con il suo staff, mi sembrava che ci fosse una vibrazione, un vortice che ci muoveva tutti come attori inconsapevoli di un copione che si sta scrivendo da solo, con una trama e un finale solo a lui noti.
Non è mia abitudine guardare al passato. Non mi piace e soprattutto,
dimentico in fretta. Ma a volte può essere curioso guardarsi indietro e notare come tutti quei fatti che abbiamo vissuto come casuali abbiano formato una trama il cui disegno si è rivelato solo molto tempo dopo. E gli elementi che hanno contribuito a creare il disegno sono stati anch’essi “toccati” da una sorte comune. A volte questi elementi si manifestano insieme. E’ un caso che ieri con noi e Stefano ci fosse anche Annamaria, la persona che molti anni fa ci ha
fatti incontrare? E’ un caso che ieri si sia creato uno squarcio nel tempo meteorologico contrariamente a tutte le previsioni, regalandoci una giornata fantastica che ha permesso a Stefano e il suo staff di fare le riprese al cerchio e a noi di innalzare la bandiera di Dreamland al suono della cornamusa di Luca, con un Templare che testimoniava l’evento? Se poi ci voltiamo indietro, sono tante le cose che si sono messe a posto come tessere di un puzzle creando eventi inaspettati, quasi a nostra insaputa.
Non so se anche questa volta l’incontro con Stefano sarà foriero di qualche evento notevole. Finora lo è stato. Ma è inutile chiederselo. Non possiamo fare altro che lasciarci guidare dall’onda, senza opporci.
Ci saranno sicuramente altri ritorni, per tutti noi. Perché è il cerchio di pietre che lo vuole, e ogni volta è un ritorno a casa.

domenica 17 agosto 2014

I Popoli di Madre Terra


Come ogni anno mi sono “tuffata” in un mondo invisibile, l’ "isola che non c’è”, e come sempre, tornando a casa, mi sono chiesta come sia possibile che questa realtà venga trascurata, nascosta, non considerata.  
Partecipavo con Giancarlo alla sessione annuale dell’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples dell’ONU di Ginevra, eravamo lì in veste di delegati  di sei comunità indigene di tutto il pianeta per difendere le loro tradizioni e i loro luoghi sacri. Un impegno preso molti anni fa, riconoscendoci nei loro diritti e nella consapevolezza di una comune identità. Con noi c’erano i nostri compagni di avventura, Luca e Gianluca, staff ormai consolidato che vive con noi le stesse passioni, non solo musicali. 
Una full immersion tra le comunità native ha il potere di risvegliare la speranza che il mondo possa davvero cambiare. Assistere alle discussioni su come rendere pratica la Carta dei Diritti, quei diritti fondamentali che dovrebbero essere il minimo standard riconosciuto a chiunque, ascoltare le esperienze personali di chi è stato sottoposto a violenze e abusi, nemmeno tanto tempo fa, e nello stesso tempo vedere con quanta dignità, consapevolezza e armonia tutti questi problemi vengono affrontati... è decisamente un’esperienza non comune.
Così come è un’esperienza non comune vedere in tutte queste comunità, così diverse, così lontane per luogo geografico e appartenenza culturale, spesso con lingue incomprensibili, una sintonia che permette di intendersi sulle cose fondamentali, come il rapporto con Madre Terra e il riferimento spirituale nella Natura.

Avendo a che fare con queste comunità appare lampante il motivo per cui le grandi religioni e la società maggioritaria hanno cercato di annientarle. E’ un confronto in cui la società maggioritaria ne esce inevitabilmente perdente. E’ un pericolo destabilizzante, perchè mostra l’esempio di una società basata su libertà, armonia, spiritualità senza dogmi. Quando non è riuscita ad annientarle, la società maggioritaria ha cercato di assimilarle, riuscendoci solo in parte. Le nefandezze compiute ai danni dai Nativi sono molteplici e indubbiamente hanno richiesto una gran dose di genialità, pur se sembra partorita da menti malate. L’apice è stato raggiunto con l’operazione che ha cambiato nome a seconda dei continenti ma in sostanza sembra sia scaturita da una forma mentis comune. In Australia l’hanno chiamata la “stolen generation”, generazione rubata. Migliaia di bambini rubati alle loro famiglie per eliminare il Nativo che era in loro. In Canada invece, in un recente studio emerge che almeno 100.000 bambini nativi americani sono stati uccisi nelle apposite "scuole residenziali", di cui due terzi erano gestite da suore e preti cattolici. Secondo le testimonianze di alcuni sopravvissuti, risulta che i bambini venivano volontariamente infettati con malattie mortali, sterilizzati, forniti agli ospedali come cavie per esperimenti "scientifici", stuprati, venduti ai pedofili, torturati atrocemente, picchiati a morte, assassinati in varie maniere, sottoposti ad ogni forma di violenza psicologica e fisica. Nel migliore dei casi, questi bambini venivano privati delle loro famiglie, puniti se parlavano la loro lingua e se praticavano le loro tradizioni, usati come schiavi. Tristemente famoso il motto dei colonizzatori su territorio americano: “kill the indian, save the man”. Una situazione che si è protratta per oltre un secolo ed è proseguita fino al 1990.
Eppure, nonostante quello che i Nativi hanno subìto dai colonizzatori, in loro traspare un’armonia, una pace invidiabile, ma anche una determinazione nel far valere i propri diritti.
E’ in atto un processo di “riconciliazione” che ha lo scopo di aprire un dialogo tra i governi e i Popoli indigeni, facendo finalmente emergere le responsabilità degli Stati circa i soprusi del passato allo scopo di trovare una via di uscita da posizioni apparentemente inconciliabili, e soprattutto di intraprendere un dialogo. Ora i governi chiedono scusa ai Nativi, come l’Australia che ha instaurato il “Sorry Day”, ma questo agli indigeni ovviamente non è sufficiente. La Truth and Reconciliation Commission del Canada stimola gli aborigeni a farsi avanti, a testimoniare le violenze subite, a uscire allo scoperto. Il suo motto è: “La verità sulle nostre comuni esperienze aiuterà a liberare i nostri spiriti e aprirà la via per la riconciliazione.”
Gli Indigenous Peoples hanno molto chiara la responsabilità della Discovery Doctrine nei confronti dei torti che hanno subìto, tanto da dedicare ad essa, nel 2012, un intero Forum all’ONU di New York in cui è stato chiesto al Vaticano di abolire la famigerata bolla papale che permetteva ai coloni, per diritto divino, di impossessarsi delle terer scoperte con tutto quanto c’era sopra, Nativi compresi. Abolizione che non è mai avvenuta, nemmeno come gesto simbolico.
Eppure il genocidio dei Popoli indigeni è considerato evidentemente un fatto trascurabile dai libri di storia e dai mass media. Su Wikipedia alla voce "Genocidio" troviamo le stragi compiute dai nazisti in Europa e dai comunisti in varie parti del mondo. Nessun accenno allo sterminio degli Nativi americani, 97% della popolazione dal 1500 alla fine del 1800. Nessu accenno al genocidio canadese né a quello degli aborigeni australiani e neo-zelandesi ad opera degli inglesi che dal 1700 al 1928 ha decimato oltre il 90% della popolazione. Evidentemente, questi sono genocidi di serie B. Nemmeno a questo riconoscimento hanno diritti i Popoli indigeni.
I danni della Discovery Doctrine non sono evidenti solo nei Nativi di altri continenti: si sono manifestati anche in Europa. Le “prove generali” di genocidio delle culture autoctone sono avvenute molti secoli prima delle colonizzazioni degli altri continenti. E sono state fatte proprio in Europa, ai danni dei cosiddetti “pagani” che popolavano i nostri territori. I popoli autoctoni dell’Europa, i Nativi Europei, sono stati privati della loro cultura e delle loro tradizioni. Culture pacifiche che sono state colonizzate, assorbite e distrutte prima dall’Impero romano e poi dal Cristianesimo. Queste culture sono state per la maggior parte distrutte, ma non del tutto. Molte comunità autoctone continuano discretamente a portare avanti le loro tradizioni, ancorché nel silenzio, nell’intento di preservarle. 
La sessione si è conclusa con un rito Nativo americano molto toccante, poi è stata la volta degli abbracci e degli scambi di contatti, come sempre. Come sempre, ogni delegato sapeva che sarebbe tornato alla sua Comunità arricchito, colmo di esperienze, di notizie e informazioni utili.
C’è sempre una vena di malinconia nel lasciare un ambito che è stata occasione di incontri planetari, tra comunità che, senza quell’occasione, probabilmente non avrebbero neppure saputo dell’esistenza gli uni degli altri. Eppure ogni volta la speranza è più forte e diventa sempre più concreta. I Popoli Nativi rappresentano l’unica vera speranza in questo mondo malato, in questa umanità divisa da guerre di religione. La speranza di un mondo migliore, basato sull’armonia, sulla libertà, sulla conoscenza. Nel riferimento all’unica vera nostra maestra: Madre Terra.

domenica 10 agosto 2014

Witch Dance

“Every time
that two or more Shana
reunite in a circle
around of a heated Siv'Nul
Shan is present among them
Every time
that two or more Shana
reunite in a circle
they may ask whatever
for them and humanity”


Questo mantra, continuamente ripetuto nella canzone del LabGraal “Witch Dance”, è un’antica evocazione magica dello sciamanesimo druidico arcaico. Un rito magico che secondo il mito vuole significare il potere che l’uomo può avere sugli elementi naturali, a patto che li usi a scopo benevolo.
“Ogni volta che due o più Shana si riuniscono davanti ad un Siv'nul acceso, lo Shan è presente tra di loro, ed essi possono chiedere qualsiasi cosa per il benessere dell'umanità”.
Il mito si riferisce a un’era arcaica in cui i membri dell’antico popolo Shan usavano accendere ritualmente un candeliere a tre braccia (il Siv’Nul) come rito propiziatorio.
Questa litania ci ha accompagnato per tre giorni durante le riprese del videoclip di Witch Dance, giorni pieni, faticosi e indimenticabili, in cui abbiamo girato per 15 ore giornaliere consecutive. Dal mattini presto (ci si alzava alle 8, per noi del LabGraal l’alba) fino a notte inoltrata, senza fermarsi un attimo. Giorni vissuti tutti insieme, LabGraal con il regista e la troupe, tutte le comparse e i collaboratori, in cui si è creata una situazione quasi irreale, una bolla di realtà parallela senza tempo e fuori dallo spazio.
Le location hanno sicuramente contribuito: erano il Ponte del Diavolo di Lanzo, il boschetto druidico di Villar Focchiardo e Dreamland nel Parco della Mandria. Posti magici, forse tra i più particolari della Val di Susa e delle Valli di Lanzo, che in quelle giornate hanno dato il meglio di sé. Abbiamo sfidato il tempo (meteorologico) che, contro ogni previsione, si è rivelato perfetto. Temevamo i temporali annunciati dalle previsioni, e ancor più temevamo il caldo estivo, che mal si confaceva con lo spirito del video. E invece abbiamo avuto in regalo un tempo nordico che ci ha mostrato scenari spettacolari.
Il primo giorno, lo scenario medievale del Ponte del Diavolo di Lanzo ci ha trasportato in un’era antica e senza tempo. Le comparse nei loro mantelli, muniti di torce, sembravano viandanti instancabili di un tempo remoto alla ricerca del senso della loro esistenza. I simboli che trovavano sul cammino li ponevano nella giusta direzione, nota solo a chi aveva tracciato il disegno invisibile che si sarebbe rivelato solo alla fine. Intanto noi musicisti, in un altro tempo, vivevamo la nostra storia parallela.
Il giorno seguente, catapultati nel bosco sacro dei druidi della Val di Susa, abbiamo vissuto momenti idilliaci nel trovarci tutti insieme in un posto da favola, dove era impossibile non percepire l’armonia della Natura e dove tutto, dagli alberi secolari agli antichi reperti megalitici, dalle ruote solari ai muretti di pietra, accompagnati dal canto degli uccelli, ci parlava di amore, di libertà e di conoscenza antica.
Mentre Domiziana mi truccava per le riprese sentivo il tranquillo vociferare della troupe e delle comparse, l’acqua del ruscello che scorreva senza sosta, il cinguettìo degli uccellini... un’atmosfera così magica che pensavo di stare ancora sognando nel mio letto. Rivivrei ogni minuto di quelle giornate, anche se le riprese sono state fatte e rifatte n-volte, anche se inevitabilmente i tempi “morti” impiegati nella preparazione erano molto più lunghi delle riprese stesse.
Al calar della sera le corse per cogliere la luce giusta di un tramonto che non concede ritardi rendevano improvvisamente frenetico il lavoro.
Presto, non c’è tempo! Accendi il falò... quanto dura il falò? Venti minuti? Presto, è già buio! Le torce si consumano troppo in fretta... All’improvviso i tempi rallentati della giornata diventavano convulsi a causa di una situazione cosmica che non sente ragioni. Il sole tramonta ogni giorno, puntualissimo. E puntualissimo arriva il buio.
Come nella strofa della canzone:

“Svegliati uomo,
la morte ti attende...
Svegliati uomo,
il tempo è arrivato.
Non rimanere
prigioniero del nulla”

Non c’è tempo, non c’è più tempo. Ma nulla ci vieta di goderci ogni attimo della nostra vita come se fosse l’ultimo. Questa era l’aria che respiravamo, tutti insieme, quando poi, stanchi, ci concedevamo finalmente la spaghettata dell’una di notte, dopo una giornata vissuta a cavallo tra realtà e sogno.


venerdì 1 novembre 2013

Samain...


La porta si è aperta, puntuale. Le danze festose dei partecipanti si mescolano ai balli gioiosi di creature invisibili agli occhi. Non c’è distinzione fra gli abitanti di questo e dell’altro mondo, siamo tutti insieme, tutti affratellati da una stessa esperienza. I vivi e i morti si incontrano e non si distingue chi siano gli uni e gli altri. Creature dell’Autre-monde si divertono a rincorrersi nel cerchio di pietre, facendosi scorgere per un attimo, per poi scomparire nel nulla.
Le limitazioni dei cosiddetti “vivi” impediscono di vedere cosa accade intorno. Siamo costretti in questo gioco, chiusi nella gabbia che ci limita le facoltà. Loro, invece, possono. Hanno superato la soglia e possono vedere sia loro che noi. Possono ridere dei nostri limiti sapendo che una volta erano i loro. E saremmo noi, i “vivi”?
Stranamente c’è chi, anche da questa parte della soglia, sembra non avere questi limiti. I nostri compagni di forme diverse, non sembrano stupiti di ciò che accade. Per loro, ogni giorno è Samain.
Ma la porta si è aperta, e finalmente anche per noi umani la magia si ripete. Anche quest’anno possiamo incontrarci.
E’ un momento di gioia.
Il Cerchio di Pietre anche questa volta ha mantenuto la sua promessa.


domenica 27 ottobre 2013

Il “Native” dentro di noi


Quando io e i miei compagni del LabGraal abbiamo dato il nome “Native” all’ultimo CD, abbiamo pensato che era il termine che meglio sintetizzava tutte le intenzioni contenute nell’album.
Non dico che siamo stati subito tutti d’accordo: come sempre accade nel nostro gruppo, prima di arrivare a una decisione unanime si deve passare necessariamente da una simpatica discussione, civile e amichevole, in cui si arriva a rinfacciarsi cose di anche vent’anni prima, tutti contro tutti,  spesso dimenticando come è iniziato il confronto e soprattutto l’oggetto dello stesso. Succede per la scelta di un ristorante o di un film, figuriamoci per il titolo dell’ultimo album. Andrea, che evidentemente se ne intende, sostiene che per produrre qualcosa di interessante, occorre prima di tutto una bella litigata.
Anyway, superati tutti gli ostacoli, alla  fine tutti hanno concordato che “Native” era il titolo più adatto (per stanchezza, forse?)
Non era facile sintetizzare in un titolo tutti i messaggi contenuti nei brani del CD. Volevamo esprimere l’esperienza che ci ha guidati nel produrlo, un’esperienza che è il frutto di anni di contatti con le culture e le terre sacre dei Nativi di ogni continente, ma anche il frutto di un percorso mistico all’interno di se stessi e alla scoperta di quella storia di cui siamo stati privati. La storia di noi Nativi europei.
“Native” è il cuore antico che c’è in ognuno di noi, o meglio, in ogni individuo che non si accontenta dell’omologazione a cui è stato sottoposto fin dalla nascita e che cerca di essere libero. Perchè evidentemente un po’ libero lo è già dentro di sé.
“Native” è l’uomo che sotto qualsiasi latitudine sente di appartenere alla Terra, sente che la sua vera madre e maestra è unicamente la Natura, e non ci può e non ci deve essere nessun guru, profeta o ideologia che lo privi di questo rapporto diretto e magico.
“Native” è l’indigeno che in ogni continente ha resistito alla potenza della sopraffazione, che non si è lasciato assimilare da una qualsiasi religione, che non ha creduto alle menzogne riguardo al suo passato e alla sua storia.
“Native” è un inno alla libertà. E’ un canto di gioia. Un tributo alla vera musica celtica, che è musica tribale e non quella pappetta di maniera che a volte ci viene propinata come “celtica”.
O almeno, questa era la nostra intenzione nel produrlo. Se siamo riusciti nell’intento di trasmetterla, lo sapremo nel tempo.

“I walk and I dance
Loved by the Sun
Guided by the moon
I need nothing more”

(Here and Now)

mercoledì 16 ottobre 2013

Where do we come from? Where are we going? What are we?


Where do we come from? Where are we going? What are we? Sono le domande che ti accolgono appena sbarchi al CERN di Ginevra. E’ proprio il caso di dire “sbarchi”, perchè ti sembra di approdare su un nuovo pianeta. Un pianeta dove la Scienza, con la S maiuscola, è al servizio dell’uomo, di qualsiasi uomo. Non un argomento per una chiusa élite ma uno strumento per capire chi siamo, dove siamo, e soprattutto di che cosa siamo fatti.
L’universo del CERN è variegato quanto lo può essere un pianeta che vive di Scienza e che ha fatto della ricerca la sua ragione di esistere. Tutti gli scienziati che lavorano al CERN sembrano investiti di una sacra missione: quella di capire qualcosa di più di questo strano meccanismo che permette all’Universo, compresi noi stessi, di esistere. Ma non solo: il loro compito è anche quello di non tenere per sé le scoperte raggiunte, ma di divulgarle il più possibile. Ecco perchè ci troviamo così a nostro agio quando poniamo i “domandoni” più complicati ai ricercatori del CERN. Loro sono abituati a rispondere, volentieri mettono a disposizione le loro conoscenze e non si tirano indietro quando ai “domandoni” non c’è ancora una risposta.
L’anno scorso, in occasione di una giornata passata al CERN con gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale, ho ascoltato Samuel Ting, Premio Nobel per la Fisica, affermare che nonostante le grandi scoperte della Scienza, in realtà siamo calati dentro un grande mistero. Tutto ciò che ci circonda è un mistero, noi stessi lo siamo.
Quest’anno ho avuto la fortuna di scendere nel cuore pulsante del CERN, calata a 100 metri di profondità, dentro il famoso acceleratore di particelle LHC, il più grande del mondo, e il non meno importante esperimento ATLAS. L’acceleratore e i suoi rivelatori erano fermi per la consueta manutenzione, e per l’occasione il CERN ha organizzato un evento per la stampa e il pubblico: il CERN Open Days. Shan Newspaper era tra i media invitati, e così ho potuto assistere a un evento unico, affascinante ed emozionante.
Ho chiesto al nostro amico Valerio Grassi, ricercatore del CERN e co-scopritore del bosone di Higgs, quale sarà il prossimo traguardo dopo la scoperta del famoso bosone. Mi ha risposto che il regalo più grande sarebbe scoprire  qualcosa di totalmente inaspettato e non teorizzato.
Questo è quello che si respira al CERN: un modo di fare ricerca senza pregiudizi, pronti ad andare oltre i traguardi acquisiti e affascinati dall’idea che l’universo può riservarci delle sconvolgenti sorprese.


mercoledì 17 aprile 2013

UNA SETTIMANA PARTICOLARE


Nella settimana delle straordinarie dimissioni del Papa che hanno provocato l’incredibile evento storico di avere due Papi, dell’asteroide che ha sfiorato di pochissimo la Terra, del devastante meteorite caduto in Russia, anch’io nel mio piccolo mondo personale sono stata testimone e protagonista di un evento particolare. Almeno lo è stato per me.
E’ stata la settimana di Jules.
Lunedì 11 febbraio è arrivato nel mio giardino. E’ rimasto con me per tutta una intera settimana, e poi è volato via. Si trattava di un airone bianco, bellissimo, del tipo “guardabuoi”. Questo tipo di airone è chiamato così per via della sua attitudine ad avviare una collaborazione reciproca con i bovini: segue le mandrie dei grossi mammiferi al pascolo e si posa sul loro dorso dove ricerca i parassiti della pelle; i bovini così non solo beneficiano della liberazione dai parassiti, ma sfruttano anche l’allarme che gli uccelli danno in caso di pericolo (da qui il nome di “airone guardabuoi”).
Ebbene, il mio personale airone guardabuoi è comparso un lunedì mattina, perfettamente a suo agio davanti alla porta di casa mia, e si è insediato lì per tutta la settimana. 
Arrivava puntuale alle 7 e mezzo di mattina e si piazzava in giardino davanti alla mia porta di casa, con il becco incollato al vetro finchè non mi alzavo. A volte doveva aspettare parecchio, per via dei miei orari strani. Se avevo tempo, rimanevo con lui il più possibile, perchè per me era una gioia stargli insieme: passeggiavamo per il giardino, gli davo del pane, lui svolazzava alto e tornava, come a farmi vedere la sua danza. Si lasciava persino prendere in braccio!
Quando invece per qualche motivo dovevo andare via, mi accorgevo di avere fretta di tornare sperando che lui fosse ancora lì. E infatti lui aspettava che rincasassi, poi se ne andava non si sa bene dove.
Dopo qualche giorno era ormai un’abitudine vederlo arrivare puntuale al mattino e salutarlo alla sera, quando con il buio “smontava” per tornare nel posto misterioso da cui era venuto. Sembrava dovesse compiere una missione.
Mi è venuto spontaneo chiamarlo Jules, il nome di un poeta a me caro, Jules Laforgue. Non so se il nome mi sia stato suggerito da lui stesso, ma di certo anche lui era un poeta e un filosofo: stava ore ed ore a riflettere, a osservare un albero o un fiore, immobile.
Poi, così come è arrivato, è scomparso. Il sabato di quella settimana ha aspettato che tornassi a casa, ormai era buio, mi ha guardato fisso e poi è volato via.
Non capirò mai cosa volesse da me, né che cosa lo abbia spinto a passare una settimana intensiva nel giardino di casa mia, comunicando con me con gli sguardi e con le sue danze nel cielo. Non ho ancora capito che cosa mi abbia trasmesso, ma di certo mi ha lasciato un segno profondo, una profonda magia che mi accompagna ancora adesso. E anche un grande senso di vuoto ogni volta che, al mattino, ancora lo cerco sperando che torni a trovarmi.