mercoledì 4 luglio 2012

Ma chi vuole ancora la caccia?


A riprova di ciò che è ormai entrato nella mentalità corrente, e cioè che  la caccia è una pratica barbara, obsoleta e anacronistica, il corteo che si è svolto lo scorso 3 giugno a Torino è stata una ulteriore conferma del profondo sentimento anticaccia che ormai regna incontrastato nei cittadini di ogni età, cultura, ceto, ideologia politica o religiosa.
Più di 3mila persone hanno manifestato pacificamente in corteo nel centro di Torino, provenienti da tutto il Piemonte e da varie parti d’Italia, per protestare contro l’abolizione del referendum che era stato fissato proprio per quella data. Un referendum per limitare la caccia in Piemonte, richiesto 25 anni fa da 60mila persone, lungamente osteggiato e poi reso inevitabile dalla decisione del TAR, ma all’ultimo momento abolito per l’abrogazione della legge regionale che il referendum chiedeva di modificare.
Un espediente, un “trucchetto legislativo”, così come lo definiscono i promotori del referendum. Per dare una risposta tempestiva e un segnale ai tanti che si sono trovati disorientati dall’annullamento a  campagna referendaria già attivata il Comitato promotore ha organizzato a tempi record, neanche tre settimane, una manifestazione nazionale di protesta.
E il movimento del SI ha risposto compatto, dimostrando che il referendum potenzialmente il quorum lo ha già raggiunto, e inevitabilmente la vittoria è già in pugno.
Insieme ai membri del Comitato, portavo lo striscione che guidava il corteo con la scritta “Riprendiamoci il referendum e la democrazia” con i rappresentanti di vari partiri politici e di   amministrazioni comunali che intendevano dare un segnale di sostegno. La manifestazione ha visto anche una grande partecipazione da parte di tutte le associazioni animaliste e ambientaliste, tra cui SOS Gaia.
Molte sono state le dichiarazioni a sostegno della manifestazione. Il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky ha fatto giungere al Comitato del Referendum il seguente messaggio:
“Aderisco alla manifestazione del 3 giugno, di protesta contro il comportamento dell’Amministrazione regionale che ha operato per vanificare l’iniziativa di tanti cittadini che, da venticinque anni (venticinque!!!) operano per poter esercitare il diritto al referendum su temi così importanti come la difesa dell’ambiente e il rispetto delle forme della vita che ospita e il contrasto della cultura che considera l’uccisione degli animali uno sport, un passatempo, un divertimento.
Oggi, finalmente, la legittimità di questa iniziativa è stata pienamente riconosciuta ma è venuto a mancare quel minimo di cultura democratica che imporrebbe al mondo della politica, di fronte a una richiesta referendaria, di mettersi da un lato, registrare la volontà dei cittadini e astenersi da comportamenti ostruzionistici. Evidentemente, c’è chi ritiene che i cittadini siano marionette e che la presente amministrazione regionale – la cui legittimità è, come minimo, dubbia – possa manipolarli come meglio ritiene, dando via libera solo alle iniziative che non danno fastidio. Ma la democrazia è un’altra cosa e, prima o poi, ce ne dovremo rendere conto tutti. Auguri per la manifestazione che avete convocato.”
Andrea Zanoni, deputato al Parlamento Europeo per la Commissione Ambiente, ha dichiarato: “Il successo di questa manifestazione dimostra che moltissimi cittadini sono molto arrabbiati perchè sono stati derubati di un diritto importantissimo che è quello di potersi esprimere, soprattutto per un tema così importante come la tutela degli animali selvatici. Un referendum sulla caccia dovrebbe essere inutile oggi in Italia, perchè sappiamo tutti che i cittadini sono contrari all’uccisione degli animali selvatici per divertimento. Il Parlamento dovrebbe semplicemente approvare una legge che vieti la caccia. E’ una cosa semplicissima e non costerebbe nulla. Questo però non avviene perchè purtroppo tutti sappiamo che le lobbies che sostengono la caccia sono molto forti e che i nostri rappresentanti al Parlamento non rappresentano più i cittadini, ma rappresentano le lobbies. Ma le manifestazioni come quella di oggi dimostrano che le cose stanno per cambiare. Io credo che con la prossima legislatura potremo parlare di referendum nazionale per abrogare finalmente la caccia in tutta Italia.” Roberto Piana, promotore storico del referendum, ha dichiarato: “Il referendum è vivo, c’è ancora. Semplicemente non c’è più la legge sulla quale votare. Un atto gravissimo e antidemocratico. Nasce dal Piemonte, da questa piazza e dalle battaglie condotte in questi anni una grande speranza affinché la caccia venga abolita, non solo nella nostra regione, ma in Italia e in Europa. Non ha più senso oggi l’attività venatoria.”
Piero Belletti, altro capo storico del Comitato promotore, che con Roberto Piana porta avanti questa battaglia da 25 anni, ha affermato: “Non molleremo. Siamo più decisi e risoluti che mai ad andare avanti. Il referendum non è morto, è soltanto stato accantonato, ma ce lo riprenderemo. Confidiamo molto nella magistratura e ci auguriamo che come è già successo più volte in passato ci dia nuovamente ragione e imponga ancora una volta alla Regione di effettuare il referendum”.
La battuta di arresto che il referendum ha subìto sembra aver dato ancora più forza, nonchè una grande visibilità nazionale, al movimento che per tutti questi anni ha lottato e che proprio quando ha quasi raggiunto il traguardo si è visto scippare l’oggetto della sua battaglia.
Se non fosse un termine inappropriato visto l’argomento, potremmo dire che ora il movimento “alza il tiro”.  Dice Piana: “Il precedente referendum chiedeva una forte limitazione della caccia, poichè quando era stato formulato la legge nazionale impediva di chiedere l’abolizione totale dell’attività venatoria. Nel tempo la situazione è cambiate: oggi l’articolo 117 della Costituzione stabilisce che la caccia è di competenza regionale. Pertanto con il prossimo referendum chiederemo l’abolizione totale della caccia. Il Comitato che ha combattuto per 25 anni è vivo, è più forte che mai, continuerà la battaglia e siamo sicuri che alla fine vinceremo.”

mercoledì 21 marzo 2012

Quando i cacciatori sono in famiglia

Provengo da una famiglia di cacciatori.
Padre cacciatore, nonno cacciatore, zii cacciatori, fratelli cacciatori.
Tradizione di famiglia, dicevano.
Un mezzo per socializzare, per tenere la famiglia unita, diceva mia madre.
Una occasione per stare all’aria aperta, a contatto con la natura, per fare un po’ di moto e tenersi in forma, diceva mio padre.
Sono cresciuta vedendo arrivare in casa corpicini martoriati, alle volte alcuni ancora agonizzanti.
A tutti sembrava la cosa più normale del mondo. Le riunioni di famiglia erano incentrate sui racconti di caccia e sui discorsi dei maschi, tipo “quanti tordi hai preso?”... “e beccacce ne hai viste?”... e così via. Le conversazioni vertevano dai richiami da caccia, a come addestrare i cani, agli aneddoti su come riuscivano a “fregare” le loro prede.
Nonostante non avessi mai sentito parlare di animalismo, mi sentivo un’aliena. Non capivo come si potesse gioire nel vedere quegli esseri privati della loro vita, per giunta in maniera così  cruenta e con l’inganno dei falsi richiami.
Oggi mi viene da pensare che soltanto una grande ignoranza poteva giustificare un comportamento del genere, per giunta così diseducativo verso i  figli. 
La caccia tradizione di famiglia? Probabilmente è quello che dicono anche quelle etnie che praticano ancora oggi il cannibalismo. Ma quando le tradizioni sono abominevoli, non sarebbe il caso di prendere in considerazione l’idea di civilizzarsi un po’? Non siamo più all’età della pietra!

La caccia un mezzo per socializzare? Ma compratevi un Monopoli, giocate a battaglia navale! E se proprio, per socializzare, avete bisogno dell’adrenalina, giocate a strip poker, datevi al bungee jumping, iscrivetevi a un fight club! Sarà comunque molto più sano che andare “a contatto con la natura” con lo scopo di uccidere i suoi abitanti.

La caccia un mezzo per tenere la famiglia unita? Beh, non ha funzionato. La caccia è stato proprio l’elemento che ci ha divisi profondamente.




Gli alieni accanto a noi


Molte persone considerano possibile la manifestazione di altre intelligenze nell'universo. Il tema è affascinante anche se pone difficili questioni etiche: se esiste altra vita nell’universo, come si sarà sviluppata la cultura delle altre specie? Il sistema sociale sarà simile al nostro, avranno dei profeti, avranno avuto anche queste altre civiltà un Cristo o un Buddha a cui rendere conto?
Problemi spinosi che probabilmente stanno alla base della cover-up che mantiene l’argomento al di sotto della minima soglia di normalissima informazione: occuparsi di UFO e alieni significa avere del tempo da perdere ed essere come minimo persone stravaganti.
Ma non ci si rende conto che gli stessi pregiudizi scattano quando si cerca di approfondire il rapporto con gli alieni che stanno accanto a noi. Quanti si rendono conto della presenza di intelligenze diverse vicino a noi, fianco a fianco, addirittura in casa nostra?
Mi  riferisco alle forme di vita che coabitano con noi su questo pianeta, comunemente definite "animali".
Oggi per fortuna, chiunque abbia un minimo di  civiltà,  considera normale  tutelare  gli  animali, trattarli  dignitosamente  e,  quando possibile, dare loro ospitalità.
Ma fino a che punto li consideriamo "persone", al nostro pari,  con una  loro  individualità, con una loro  evoluzione  e  autocoscienza? Esseri intelligenti con cui confrontarci e magari, reciprocamente,  apprendere qualcosa gli uni dagli altri?
Spesso  anche chi li tutela e si batte per i  loro  diritti,  trova normalissimo ad esempio "castrarli". Molti veterinari si rifiutano, veri e propri obiettori di coscienza, di adottare metodi di sterilizzazione che permettano agli animali di avere una normale vita sociale. La castrazione è considerata normale, in quanto non è concesso agli animali di avere una propria cultura e socialità. Così come è considerato normale separare intere famiglie, smembrandole e disseminando i piccoli di qua e di là. Proviamo a confrontare questo comportamento con l’ambito della famiglia umana e ci accorgeremo in maniera lampante di quanto grande sia la discriminazione che attuiamo verso i nostri amati animali.
La Pet therapy è considerata una pratica all’avanguardia nella direzione del rispetto dell’animale, ma il dubbio che sia un ennesimo sfruttamento degli animali è forte. Il rapporto uomo-animale, vissuto in assoluta parità, è una conquista ancora molto lontana.
Se ci guardiamo intorno con attenzione, scopriamo che persone civilissime e rispettose della vita altrui, che magari si indignano per i quotidiani atti di inciviltà di cui i giornali sono pieni, trovano normale che gli animali costituiscano le nostre  riserve di cibo. Addirittura, molte persone colte ed informate non hanno una idea precisa delle condizioni in cui versano gli animali negli allevamenti intensivi, o le galline e i polli in batteria. O forse, preferiscono non sapere.
Siamo convinti di vivere un'era di progresso e di civiltà,  eppure permettiamo che altre forme di vita, intelligenze diverse da noi  nella forma e nella cultura, siano quotidianamente torturate, vivisezionate, mangiate. Nel migliore dei casi, sono private della loro dignità di esseri viventi, con una loro coscienza, una loro cultura.
Se si trattasse di esseri provenienti dallo spazio, forse ci  indigneremmo. Con gli animali, è normale.
L'uso degli animali come cibo e come strumento di ricerca medica  si basa  sull'equivoco  che  essi  siano  intellettivamente  "inferiori", incapaci di veri sentimenti e di autocoscienza. Ma su quali basi si può fare un'affermazione simile?
Non c'è alcuna base certa per poter affermare che l'uomo sia intellettivamente  superiore.
Gli animali riservano continue sorprese. Per fortuna oggi esistono seri ricercatori, come l’etologo Eugen Linden, che se ne stanno accorgendo e stanno raccogliendo casistiche impressionanti sulle facoltà degli animali.
Linden ha raccolto filmati che mostrano leopardi che attraversano il fiume in canoa, o cani randagi in Russia che si adattano a fare i pendolari.
Il video del leopardo in una foresta dell’India documenta un caso di amore materno: il suo cucciolo si trovava sulla sponda di un fiume sul punto di tracimare. La femmina di leopardo è riuscita in qualche modo ad attirare l’attenzione di un uomo di una capanna non lontana dalla propria tana, il quale collaborativamente ha avvicinato la canoa alla tana. La femmina di leopardo è salita sull’imbaracazione con la sua creatura, e poi ha poi rivolto la sguardo verso l’uomo, che era ancora a terra, in maniera molto esplicita e invitandolo a salire.
I cani randagi in Russia invece hanno imparato a prendere la metro e ad andare in centro. A centinaia, ogni giorno, scendono le scale, aspettano sulle piattaforme che arrivino le carrozze con gli altri passeggeri, salgono e scendono alle fermate giuste. Pare che ormai riconoscano i nomi delle fermate agli altoparlanti, e scendono a quelle dove la folla è maggiore, dove ci sono più chances di avere del cibo dagli umani.
Esistono in rete video che mostrano il metodo adottato dai corvi per rompere le noci: in Giappone, il corvo ripreso nel video posa la noce su una strada trafficata, attendendo che un’auto di passaggio la rompa. Poi aspetta l’arrivo del semaforo rosso per mangiare la noce senza correre il rischio di essere travolto dalle auto.
Sono solo alcuni esempi, ma potremmo farne a migliaia. Le scimmie conoscono le erbe meglio degli umani e si curano con esse. Gli scimpanzé ad esempio, utilizzano come vermifugo la Vernonia amygdalina che contiene sostanze ad attività antitumorale, antiparassitaria e antimicrobica. I gorilla di montagna usano l'Afromomum angustifolium come antimicrobico dell'apparato digerente. Fanno inoltre uso di erbe che si sono rivelate curative di alcuni tipi di cancro e per l’AIDS. E ancora: usano erbe anticoncezionali.
Da questi (pochi) esempi verrebbe da chiedersi, non tanto se gli animali abbiano sviluppato una intelligenza pari alla nostra, ma esattamente il contrario: siamo intelligenti come loro? Paradossalmente, gli animali dimostrano di conoscere molto di più della nostra cultura di quanto noi non conosciamo della loro. I nostri coinquilini a quattro zampe imparano la nostra lingua, è dimostrato che sono in grado di comunicare con noi. Non è così nel nostro caso: cosa conosciamo REALMENTE del linguaggio del nostro cane o del nostro gatto?
Per non parlare delle facoltà oltre il normale, i poteri straordinari degli animali. C’è una casistica impressionante in merito, ma è un argomento su cui non è il caso di addentrarsi, perchè presteremmo il fianco allo scetticismo dei “conservatoristi delle idee” e si rischierebbe di inficiare anche quei pochi dati inconfutabili che abbiamo citato.
Altro esempio: gli insetti hanno una struttura nervosa completamente diversa  dalla  nostra; ma non per questo si può affermare  che  non siano  intelligenti, basti pensare alla complicata  struttura  sociale gerarchica delle api o delle formiche. Istinto di specie? Allora faremmo bene a  chiederci che cosa sia l'istinto, giacché rivelerebbe facoltà misteriose su cui varrebbe la pena di indagare.
Oggi fortunatamente la sensibilità verso gli animali è in aumento. Eppure anche i meglio intenzionati non so fino a che punto  considerino il proprio cane o il proprio gatto al pari di un alieno  sbarcato in casa loro da un'astronave, un membro di un’altra specie, di un’altra cultura, con cui confrontarsi alla pari.
Fino a che punto cerchiamo veramente di capirli e di comunicare con loro?

lunedì 13 febbraio 2012

San Valentino, una festa per tutti


Eccoci di nuovo al 14 febbraio, e anche quest’anno saranno in molti a chiedersi come e con chi festeggiarlo. Ma chi non ha ancora trovato l’anima gemella, o chi sta aspettando il 15 febbraio per mollare un fidanzato o una fidanzata scomoda, non si angusti: in realtà questa festa in origine non era così discriminante come la conosciamo ora.  La ricorrenza di San Valentino, oggi conosciuta come la festa degli innamorati, deriva da una festa celtica che celebrava l’amore universale, l’amore verso la Natura, verso Madre Terra con tutte le specie che l’abitano. La fratellanza e l’amicizia. Un significato quindi molto più ampio e profondo della concezione attuale.
La festa di San Valentino, celebrata in gran parte del mondo, soprattutto in Europa, nelle Americhe ed in Estremo Oriente, è stata cooptata dalla Chiesa che l’ha sostituita ad una precedente ricorrenza pagana, la festa delle Lupercalia. I Lupercali erano una festività romana che si celebrava in onore del dio Luperco, protettore del bestiame.
Ma è noto che i romani attingevano a piene mani, per i loro riti, simboli e ricorrenze, alla tradizione celtica. E in effetti se vogliamo conoscere il vero significato di questa ricorrenza dobbiamo ricercare nelle sue origini celtiche.
La festa degli innamorati nasce da un popolare rito pagano per la fertilità, che la Chiesa cattolica ha fatto suo. Fin dal quarto secolo a.C. i romani pagani rendevano omaggio, con un singolare rito annuale, al dio Lupercus. I nomi delle donne e degli uomini che adoravano questo Dio venivano messi in un'urna e opportunamente mescolati. Un bambino sceglieva a caso alcune coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità affinché il rito della fertilità fosse concluso. Per mettere  fine a questa pratica la Chiesa ha cercato "un santo degli innamorati", identificandolo nel vescovo Valentino, martirizzato circa 200 anni prima.
Il rito celtico tuttavia non si limitava a celebrare la vita, bensì a festeggiare l’unione con tutte le forme di vita e con il pianeta stesso.
Ancora oggi questa festa viene celebrata nella sua accezione originaria dai Popoli autoctoni d’Europa, quelle culture invisibili che hanno conservato le loro tradizioni nonostante le persecuzioni religiose. Oggi in Europa sopravvivono molte comunità tradizionali di culture autoctone che continuano incessantemente a mantenere vive le loro conoscenze tradizionali.
Secondo alcune di queste culture autoctone, la ricorrenza di San Valentino è la Festa dell’Amore Universale, chiamata secondo un antico linguaggio “Shuda Shali”. E' la celebrazione dello Shali, cioè l'amore universale che lega tutta l'esistenza e tutte le forme di vita, senza distinzioni di sorta che possano dividere, ruolizzare o gerarchizzare. Anticamente questo giorno veniva festeggiato con un patto simbolico tra gli uomini, una sorta di dedica di  Pace per tutta l'umanità e verso tutte le altre creature viventi.
Le feste celtiche hanno sempre un risvolto intimista, riferito ad una esperienza interiore. La festa dell’Amore suscitava una sintonia completa verso la natura, che si esprimeva nel concetto di essere “vento nel vento”.
La ricorrenza veniva celebrata innalzando un grande palo guarnito di lunghi nastri colorati e addobbato con fiori multicolori, attorno al quale venivano organizzate grandi danze collettive. Lo stesso palo veniva poi innalzato nuovamente a maggio per la festa celtica di Beltaine.
L’usanza del palo ornato di nastri colorati ha attraversato l’Europa e lo ritroviamo anche nelle valli piemontesi. Ancora oggi in molte feste paesane si innalza l’”albero della cuccagna”, che ricorda l’usanza celtica.
Gli storici Giovanni e Pasquale Milone, nel loro studio relativo alle Valli di Lanzo del 1911, scrivevano: «Una cinquantina d'anni fa in Balme usavasi innalzare presso la cappella della Visitazione una specie di albero della cuccagna, adorno di fiori e di nastri». Da notare che la Madonna della Visitazione nelle Valli di Lanzo è ancora venerata come la Madonna del Vento, Madòna dou vänt.
L’usanza pagana dei pali addobbati è ancora viva a Balangero e a Ceres. A Cantoira, in questo periodo, vi è l’usanza di portare lungo il paese un albero di agrifoglio agghindato con nastri e dolciumi e lasciarlo esposto sino al martedì grasso.
L’usanza è presente anche in Val di Susa: a Giaglione in questo periodo ricorre la Festa degli Spadonari, antichissima usanza celtica in cui viene innalzato il Bran, una struttura in legno a forma di albero, alta circa 2 metri e mezzo, ricoperta di fiori e grappoli d’uva, spighe di grano, con fiocchi e nastri colorati. Il Bran viene poi riutilizzato nella ricorrenza di Beltain, in maggio.
Nella parte nord del Parco La Mandria, in Piemonte, dove sorge il grande cerchio di pietre di Dreamland, anticamente veniva celebrata l’usanza dell’albero agghindato con i nastri colorati. Secondo le testimonianze degli anziani delle comunità celtiche ancora esistenti in zona, un clan celtico conosciuto con il nome di Ramat abitava una zona che dalle attuali cittadine di Fiano e La Cassa si estendeva fino a Robassomero. Secondo le credenze popolari, l'origine di questo clan veniva fatta risalire alla Val di Susa. Si erano spostati dalla loro valle di origine passando attraverso una grotta che si apriva sul fianco del monte Roc Maol (l'attuale Rocciamelone) e raggiungeva le Valli di Lanzo come un lungo tunnel naturale.
Questo clan sarebbe all'origine di una delle "Famiglie Celtiche" ancora oggi esistenti nelle Valli di Lanzo, attraverso un lungo percorso di vicende che vanno dalla conquista della zona da parte dei romani alla scomparsa sanguinosa dei Catari che anch'essi, dopo i Salassi, estendevano la loro presenza in questa area. Sono numerosissime le testimonianze nelle Valli di Lanzo della presenza dei Templari, continuatori della tradizione Catara,  e successivamente dei loro eredi Rosacroce. Non c’è quindi da stupirsi se le antiche usanze celtiche siano continuate fino ai giorni nostri, molte volte mescolate a riti religiosi cristiani.
Secondo la narrazione degli anziani delle "Famiglie Celtiche" delle Valli di Lanzo, in un luogo situato a nord dell'attuale Parco La Mandria, esisteva un grande albero sacro secolare posto al centro di una radura, che era considerato il centro della terra sacra su cui viveva l'antico clan dei Ramat.

Dopo che la Chiesa, con il concilio di Arles, proibì l'adorazione degli alberi, delle fonti e dei megaliti, la celebrazione dei Solstizi e degli Equinozi continuò al riparo della grande foresta di querce che allora ricopriva l'attuale tenuta del Parco La Mandria e che manteneva la sua impenetrabilità anche se in precedenza era stata in gran parte disboscata dai romani.
Per prudenza, l'albero, del resto ormai cancellato dai secoli, in occasioni di questi riti veniva sostituito di volta in volta con un robusto tronco che veniva piantato nel terreno.
Si legavano alla sua cima lunghi nastri colorati che venivano tenuti in mano da uomini e donne che danzavano lentamente. Tra canti e musiche, intorno al palo, i danzatori ballavano in cerchio fino ad intrecciare i nastri, suggerendo la formazione delle coppie e la fortuna dei convenuti.
Dopo la sanguinosa pulizia etnica attuata nel 1200 dalla Chiesa del tempo nei confronti dei Catari che dimoravano nell'area del nord del Piemonte, alcune "Famiglie Celtiche" continuarono a praticare l'antico rito riparati nel folto della grande foresta che ricopriva il luogo sacro da loro utilizzato.
Oggi, nell’area dove anticamente veniva piantato l’albero, sorge un grande Stone Circle, un cerchio di pietre che simboleggia la continuità delle tradizioni autoctone d’Europa.
Tradizioni che celebrano il rispetto per la vita, l’amore per tutte le creature, l’armonia con Madre Terra. Un invito a celebrare San Valentino secondo l’antico significato, godendo della reciproca amicizia e arricchendoci con l’amore che possiamo dare e ricevere, senza esclusioni per nessuno.

lunedì 30 gennaio 2012

Social Net-Trap


Sono anch’io su Facebook come milioni di altre persone, ormai sarebbe perfino sospetto non esserci. Potrebbero accusarti di fare lo snob, o di essere asociale. Un po’ asociale lo sono, ma non voglio rendere pubblica questa mia attitudine: nell’era dei social network è più notata l’assenza che la presenza, e così mi adeguo...
E poi non vorrei incorrere in qualche spiacevole inconveniente, come è capitato a quel signore inglese che si è visto arrivare la polizia in casa perchè il fatto che non fosse su Facebook destava sospetti.
Intendiamoci: non faccio parte di quella categoria che vede nel computer una diavoleria. Posso a buon diritto vantarmi di essere stata la prima, tra i miei amici, a buttarmi nell’avventura di internet e di averci trascinato tutti gli altri, e la stessa cosa è avvenuta per Second Life. Non sono d’accordo con chi sostiene che passare troppo tempo al computer distoglie dalla realtà: ma quale realtà? La realtà è sempre e comunque virtuale, sia davanti a un computer che in un bar. E’ un film proiettato nel nostro cervello. E i rapporti umani sono soggetti sempre alle stesse regole, sia che ci si incontri attraverso un computer o in un pub.
Ma verso i social network, e soprattutto verso “quel” social network che ha sbaragliato tutti gli altri, provo sentimenti contrastanti. Da un lato trovo sacrosanto il loro utilizzo per diffondere notizie utili, segnalazioni e quant’altro. La globalizzazione, checché se ne dica, produce molti effetti positivi, basti pensare a un caso, fra tanti: il ruolo che ha avuto FB nell’evitare la lapidazione dell’iraniana Sakineh.
D’altro canto sto arrivando ad una idiosincrasia per tutti i commenti inutili quando non idioti che invadono il desktop appena ci si collega. Sapere che Tizio ha appena fatto colazione, o che Caio sta andando a dormire, mi fa venire un attacco allergico. A leggere le melenserie di quanti si dichiarano  pubblicamente amore eterno, mi compaiono le squame e divento tutta verde. Per non parlare delle migliaia di guru che inondano tutti di massime illuminate e grandi verità... mi crescono i peli e mi metto a ululare.
Su FB ho circa 3.700 amici: ebbene sì, lo confesso, non sono capace di dire di no, mi sembra poco gentile. Con il risultato che ora so cosa fanno 3.700 persone nell’arco della loro giornata, quando vanno a mangiare e a dormire, cosa mangiano a colazione, cosa stanno facendo in quel momento in ufficio. Ok, sto esagerando: per fortuna molti di loro sono persone discrete che usano FB per diffondere solo notizie utili.
Facebook rivela un male sociale del nostro tempo: la solitudine. Milioni di persone sole, che si illudono di essere meno sole comunicando con degli sconosciuti. Le amicizie su FB nascono e muoiono nell’arco di un giorno. Amicizie, se si può usare questo termine, totalmente fasulle, impostate sulle reciproche gratificazioni e sull’esibizionismo, rapporti in cui ognuno mostra un se stesso che non corrisponde alla realtà. Lo so, questo succede anche nella vita di tutti i giorni. Ma su FB la falsità dei rapporti umani è esaltata al cubo. Avere centinaia di amici su FB con cui relazionarsi fa sentire “fighi” e ci si illude di contare qualcosa per qualcuno, nascondendosi in un mondo virtuale che apparentemente protegge dalle delusioni.
Quello di cui molti non sembrano rendersi conto è che Facebook è un enorme schedario in cui rimangono permanentemente tutti i dati che vengono inseriti. Orientamento sessuale, convinzioni politiche, credo religioso, abitudini, tutte informazioni che spesso finiscono sul profilo e che possono essere usate contro gli stessi utenti. Un Grande Fratello che ci spia, registra tutto e non dimentica niente. Ogni foto messa online, ogni aggiornamento del proprio stato, post o blog rimangono nell’archivio permanente del web.
Una ragazza inglese è stata licenziata per aver scritto su Facebook, in orario lavorativo “Mi sto annoiando”. Ad uno psicoterapeuta canadese è stato impedito l’ingresso negli Stati Uniti ed è stato bandito dal paese quando alla frontiera si è scoperto, tramite Facebook, che aveva scritto un articolo su un esperimento fatto 30 anni prima con Lsd.
Facebook è usato dalle aziende per valutare il curriculum dei candidati, controllando le loro bacheche e i loro profili, e spesso i candidati vengono respinti sulla base della valutazione delle loro conversazioni sulle bacheche, o per le appartenenze a gruppi, oppure semplicemente per foto che non erano gradite. Anche cambiare troppo spesso il profilo è stato motivo di non accettazione, poichè l’azienda interessata ha  ritenuto che il candidato passasse troppo tempo sul social network. Secondo un’indagine condotta dalla Microsoft, il 75% delle aziende usa Facebook per fare ricerche online sui candidati setacciando tutte le informazioni presenti e passate.
Recentemente è comparso un articolo su L'Espresso che affermava che i dirigenti della Polizia postale italiana si sarebbero recati a Palo Alto, in California, per firmare un patto di collaborazione con Facebook allo scopo di farsi consegnare il passepartout per i profili degli utenti.
E il bello è che tutti corriamo ad auto-schedarci, dando più informazioni possibili su di noi, in preda  all’edonismo e all’esibizionismo, valori supremi di questo XXI secolo appena iniziato, collaborando senza volerne prendere coscienza a questa grande schedatura che restringe sempre di più i confini della vera privacy. La piazza di Facebook, dove tutti sanno tutto di tutti, è talmente pubblica ed esibita che non c’è nemmeno più il gusto della scoperta, del rivelarsi poco a poco.
Un meccanismo perverso che tutti noi alimentiamo continuamente. C’è da chiedersi come abbia fatto Mark Zuckerberg, che dalla faccia non sembra proprio una cima (ma l’apparenza, su FB,  evidentemente inganna anche nel senso contrario), a creare una trappola così complessa nella sua banalità.
Secondo i cospirazionisti della teoria del complotto, la CIA avrebbe investito su Facebook più di 40 milioni di dollari per contribuire allo sviluppo del social network. La grande propaganda creata intorno a FB ha fatto sì che il portale diventasse un sinonimo di successo sociale, di popolarità e di buoni affari. Facebook è presentato come un innocuo sito web di reti sociali che facilita i rapporti interpersonali, e con questo modo friendly, basato sull’understatement, ha sorpassato tutta la concorrenza e polverizzato qualsiasi tentativo di imitazione, superando oggi gli  800 milioni di utenti nel mondo. 800 milioni di persone che consegnano la loro vita a questo grande archivio globale.
Le ultime novità di Facebook sono la Timeline, i nuovi profili e il servizio per la condivisione multimediale. Mark Zuckerberg, dal palco del recente F8, la conferenza annuale di Facebook, ne ha parlato annunciando l’avvento di una social-rivoluzione, ma nessuno ha pensato di precisare che questo maxi aggiornamento portava con sé una nuova minaccia alla privacy: Facebook ti controlla anche quando ti sei disconnesso. C’è chi ha scoperto che l’introduzione della nuova piattaforma Open Graph 2.0, necessaria per sviluppare applicazioni in grado di interagire con la nuova Timeline, nasconde una sgradita sorpresa: dei cookie traccianti che continuano a raccogliere informazioni su quello che facciamo online anche quando ci siamo disconnessi da Facebook. Il Global-Archivio si potenzierà sempre di più e c’è da augurarsi che non arrivi a prendere coscienza di se stesso, come l’Hal di “Odissea nello spazio”...
Tutti schedati, quindi? Pazienza. Chi non avrà nulla da nascondere non se ne farà un problema. Rimane il fatto che la furiosa “condivisione” a cui si è continuamente sottoposti e sospinti, in primis dai prodotti Apple che (pur inchinandomi alla memoria del guru Jobs) sembrano essere “nati per condividere”, dà l’impressione di non essere altro che un modo per incasellarci tutti quanti, come polli nelle stie, per essere accuratamente controllati e usati al meglio secondo i criteri della società produttiva.
E come polli nelle stie, non ci rimane molto altro da fare oltre che pigolare tutto il giorno. Considerando che sinonimi di “pigolare” sono “cinguettare, frignare, lamentarsi, piagnucolare”, attitudini rese molto bene dal nome che ha scelto il temibile concorrente di Facebook, twitter, rassegnamoci e continuiamo a frignare e piagnucolare per il resto della nostra vita, certi che qualcuno raccoglierà le nostre esternazioni e accuratamente le archivierà (compresa questa mia lamentela) nel Grande Archivio Galattico del nostro Social Net-Trap.

martedì 3 gennaio 2012

Chi ci ha scippato il Natale?

La festa più celebrata dell’anno, quella che comunemente viene chiamata “Natale”, è forse anche una delle più incomprensibili e più slegate dal nostro contesto quotidiano. A Natale tutti ci sentiamo più pronti ad essere disponibili, tolleranti, buoni e pietosi. Ci scambiamo regali, ci ricordiamo improvvisamente di persone che per tutto il resto dell’anno possono tranquillamente andare in malora senza che ce ne accorgiamo. Le famiglie sentono il bisogno di radunarsi intorno ad una tavola imbandita e di mostrarsi unite e felici.
Si corre alla messa di mezzanotte anche se non si è entrati in una chiesa per tutto l’anno. Ci si scopre mistici per una sera, si cerca di fare in una giornata quello che non si è fatto per un anno intero.
Ma tutto questo, perchè?
In virtù della ricorrenza della nascita di un personaggio che non ha riscontri storici accertati? Di un simbolo che sembra lontano anni luce dai bisogni effettivi dell’individuo?
Non possiamo negare che in questi giorni si avverta una magia particolare. Il cielo sembra più zeppo di stelle che mai, e se per un caso fortuito arriva in tempo anche la neve, si rimane incantati e per un attimo si gusta il silenzio.
E’ il momento in cui si fanno bilanci, si esprimono buoni propositi per il nuovo ciclo alle porte, sembra che da una misteriosa porticina venga fuori la “Speranza” e ci dispensi un po’ della sua positività.
Eppure non capiamo il perchè di questo stato d’animo generalizzato.
Semplice: non lo capiamo perchè nessuno ci ha aiutato a capirlo.
Se ci spostiamo solo un po’ di latitudine geografica, e andiamo più a Nord, scopriamo che questa festa viene conosciuta con il nome di Yule. Yule, l’antica celebrazione celtica.
E tutto appare più chiaro, perfino la enigmatica figura di Babbo Natale trova il suo posto e la sua spiegazione.
Nelle tradizioni nordiche, in questo periodo si celebra l'arrivo degli antichi Iniziatori della tradizione druidica sulla Terra. Il ricordo della caduta delle pietre celesti che mutarono il destino del pianeta e dell’umanità. Mito che viene ricordato ancora oggi nelle leggende irlandesi dei Tuatha de Danann e dei mitici Ard-Rì, i primi re d’Irlanda che fondarono la Nuova Terra.
Visto in questa chiave, il Solstizio d’Inverno assume tutto un altro significato. Diventa più chiaro il motivo per cui questo periodo dell’anno sembra evocare ricordi ancestrali e uno strano senso di appartenenza ad una dimensione diversa da quella quotidiana.
Il Solstizio d’Inverno è stato cooptato dalla tradizione cristiana e trasformato nella ricorrenza della nascita del Cristo, ma in realtà ha radici molto più antiche e si riferisce ad una ricorrenza celebrata da tutti i Popoli naturali del pianeta. In epoche precedenti al cristianesimo, l’antico culto del Mithraismo celebrava il Sol Invicto, il Sole che emerge dalle tenebre. Mithra, il Sol Invicto, nasceva da una madre vergine il 25 dicembre in una grotta e l’evento era annunciato da una stella cometa. Si direbbe che il mito cristiano non brilli di originalità.
Nei paesi celtici si celebra Yule, una festa che rievoca il mito del Graal: secondo le leggende, in questo momento particolare dell’anno, anticamente sarebbe stato fatto un grande dono all’umanità, quel dono che nelle tradizioni celtiche viene identificato con il Graal, simbolo di conoscenza e di ricchezza interiore. Yule inizia con il Solstizio d’Inverno ma si protrae fino al 6 gennaio, un intero periodo in cui secondo le antiche tradizioni possono comparire nel cielo i “segni” che daranno indicazioni per l’anno a venire.
Fra i simboli moderni del Natale cooptati dall’antica festa pagana, oltre alla figura di Babbo Natale, compare l'uso decorativo del vischio e dell'agrifoglio e l'albero di Natale.
Di questo mitico dono disceso dal cielo si parla ad esempio non solo nella leggenda celtica dei Tuatha de Danann, o nel mito persiano di Mithra, ma anche nelle leggende Hopi.
Il mito del Graal sembra far trasparire un evento ricordato da tutte le tradizioni del pianeta: una misteriosa conoscenza pervenuta sulla Terra in epoche remote. Il mito è riportato da Platone come la caduta di Fetonte e del suo carro celeste sulla Terra in epoche arcaiche, avvenuta nella zona dove si incrociano due fiumi e identificata nell’area dove oggi sorge la città di Torino. Il mito è ricordato dai popoli autoctoni delle terre del Piemonte come un dono ricevuto da una antica Conoscenza proveniente dal Cielo. Un "dono" fatto all’umanità da esseri misteriosi.
Anche la leggenda di Babbo Natale, enigmatica e misteriosa, assume un significato più chiaro: rappresenta il “dono” fatto all’umanità in un’era arcaica da esseri provenienti da un’altra dimensione.
Babbo Natale è una figura presente in molte culture, non solo della civiltà occidentale, ma anche in  America latina, in Giappone ed in altre parti dell'Asia orientale. Il suo ruolo è sempre quello di distribuire doni. Nella tradizione nordica rappresenta, in pratica, la discesa del Graal sulla Terra. Da notare che il Graal, nella sua forma più antica, è simboleggiato da una grande pietra verde, uno smeraldo; analogamente, la figura di Babbo Natale, nelle leggende originali, non indossa un vestito rosso, bensì verde.
La celebrazione dei Solstizi e degli Equinozi fa parte del bagaglio ancestrale dell’umanità ed è un’usanza che accomuna i Celti ai Nativi americani e a tutti i popoli nativi.
Il Solstizio d’Inverno, in particolare, è simbolo di rinnovamento e rinascita, e può rappresentare un’occasione di riflessione e rinnovamento personale.
Riscoprire il vero significato di questa festa significa forse dare un senso al bisogno di una nostra dimensione più intima e individuale, e di vivere un rapporto più vero con gli altri. Esigenze che in questo periodo dell’anno sembrano farsi più pressanti.

martedì 22 novembre 2011

IL SEGRETO DI VILLEFRANCHE


L’Hotel Welcome di Villefranche-sur-Mer sembra una porta dimensionale su una realtà d’altri tempi. A prima vista è semplicemente un delizioso piccolo albergo affacciato sulla baia, ma a poco a poco si rivelerà qualcosa di sconosciuto e strano.
Tanto per cominciare, i frequentatori. E’ difficile vedere insieme, in una piccola cittadina sul mare della Provenza, tante persone provenienti da posti così distanti fra loro. Australiani, scandinavi, americani, sembra che persone da tutto il mondo si diano appuntamento qui.
I personaggi illustri che hanno sostato al Welcome non si contano. Pittori come Picasso, Graham Sutherland, Setsu Nagasawa,  scrittori come  Aldous Huxley o Sommerset Maugham, artisti, musicisti, sembravano darsi appuntamento in questo albergo per far nascere nuove opere. Stravinsky vi compose la musica di Oedipus Rex; la famosa modella Kiki de Montparnasse vi risiedette per molto tempo.
L’artista che più legò il suo nome all’albergo fu Jean Cocteau, il controverso esoterista che abitò al Welcome per diversi anni, nella stanza 22. Cocteau lasciò a Reine e Guy Galbois, i genitori dell’attuale proprietario Gèrard Galbois, un disegno riprodotto a mosaico all’entrata dell’hotel, con la dedica: “Al mio carissimo Welcome, dove ho passato il meglio della mia vita”.
Molte le celebrità, come Errol Flynn, Liz Taylor e Richard Burton, Gerard Butler, o i personaggi politici come Wiston Churchill, che al Welcome si incontrava con amici e collaboratori.
Il “Wine Pier” del Welcome il sembra un po’ il bar di Star Trek, dove si può trovare gente di ogni razza e si sente parlare in lingue diverse e sconosciute. Insomma il posto ideale per convegni segreti che possano passare inosservati.
Ma qual è il segreto del Welcome?
L’anima misteriosa di questo albergo che ha richiamato personaggi emblematici di tutti i tempi è intimamente legata alla storia del paese che lo ospita.
L’hotel Welcome, che una volta si chiamava “Hôtel de l'Univers”, ha una storia antica di ben nove secoli. La parte più antica dell’edificio risale al XIII secolo, ed ospitava un convento e una cappella, dimora dei pellegrini che vi sostavano per ritemprarsi. La Chapelle Saint Pierre, proprio di fronte all’albergo, è stata restaurata da Jean Cocteau con dipinti a dir poco inquietanti. Dietro l’albergo sono stati scoperti dei resti di sepolture di data incerta, che sono stati attribuiti ad un antico cimitero.
Proprio dietro l’hotel Welcome vi è la famosa “Rue Obscure”, un passaggio a volta, classificato monumento nazionale, della stessa epoca dell’antico edificio, XIII secolo. Una via che percorre tutta la Vieille Ville, suggestiva e misteriosa per l’atmosfera che evoca un passaggio dimensionale dove sembra di poter incontrare qualsiasi creatura dell’altro mondo.
Nel “Testamento di Orfeo” di Jean Cocteau, un film autobiografico in cui l'autore si circonda dei personaggi che hanno segnato la sua vita (Picasso, Dominguin, Sagan, Bardot, Brynner, Lifar),  appare la Rue Obscure, dove il regista ha voluto ambientare l’incontro con il suo “doppio”. La pièce da cui è stato tratto il film è stata scritta da Cocteau all’hotel Welcome.
Tutti questi personaggi sembrano aver lasciato un po’ della loro anima in questo albergo. E forse non solo in senso poetico. Esistono racconti e testimonianze di presenze invisibili che visiterebbero periodicamente l’hotel. Si parla cautamente di fantasmi, vi sono ospiti dell’albergo che affermano di essere stati “visitati” nella notte da presenze luminose.
La baia di Villefranche è uno dei porti naturali più profondi del Mare Mediterraneo, e costituisce un riparo sicuro per navi anche di grandi dimensioni, arrivando a profondità di 95 metri. I confini della città si inerpicano su per le colline, raggiungendo ripidamente i 520 metri in corrispondenza del Mont-Leuze. Da qui si può godere lo spettacolo delle tre “Corniches”, le strade principali che collegano Nizza all’Italia passando per Villefranche.
Villefranche-sur-Mer ha una storia antica e complicata.
Situata nella regione Provenza-Costa Azzurra, fino al 1861 apparteneva all’Italia con il nome di Villafranca Marittima. Villafranca costituiva la più importante base navale del Ducato di Savoia: di qui partivano le navi che presero parte nel 1571 alla battaglia di Lepanto contro l'espansione dell'Impero ottomano.
Per difendersi dagli attacchi, nel 1557 il duca Emanuele Filiberto di Savoia eresse due fortezze: un forte sul Mont-Alban alle spalle dell'abitato, e l'imponente articolata Cittadella bastionata di Saint Elme, in posizione elevata sulla rada.
Oggi la Cittadella ospita numerosi musei ed eventi famosi in tutta la Francia, come il Museo Volti,  dedicato allo scultore che ha indirizzato le sue opere alla figura femminile intesa come simbolo di Madre Terra, e che ha  ricoperto tutta Villefranche (sua città di adozione) di sculture raffiguranti sensuali nudi femminili.
O come il Salon de la BD (Bande Dessinée), prestigiosa fiera di fumetti, la cui seconda edizione ha avuto luogo il 3 ottobre scorso e dove si potevano trovare delle autentiche perle, come “Les  Cathars” e “Les Templiers”, storie romanzate a fumetti dei Templari e dei Càtari di Fabio Bono.
Luogo di villeggiatura fin dai primi dell’ottocento per l'aristocrazie russa ed inglese, la rada di Villefranche offre riparo alla sesta flotta degli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nell’ambito  dell'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (NATO) tra 1945 e 1966.
La rada di Villefranche è un riparo naturale, protetto da un anfiteatro di montagne che fin dall’antichità è servito da ancoraggio alle navi greche e romane. Il sito è tuttavia vittima di attacchi barbari ripetuti. Gli abitanti abbandonano la costa e si rifugiano sulle montagne, fondando un altro villaggio, Montolivo.
Nel 1295, Charles II d'Anjou, conte della Provenza, comprende l'importanza strategica di questo luogo situato alle frontiere del suo territorio. Per incoraggiare gli abitanti a popolare la costa concede loro una franchigia sulle tasse. Il villaggio è così battezzato Villa Franca.
Alcuni autori e storici si sono chiesti il motivo per cui questo paese con enormi potenzialità abbia impiegato tanto tempo a decollare, e ancora oggi sia così difficile da raggiungere, tanto da sembrare di voler scoraggiare chi cerca di avvinarsi. La zona è stata definita come un pezzo di “Cinque Terre” in Provenza. Non vi è una uscita diretta dall’autostrada; le vie che portano a Villefranche sono impervie, male illuminate e soprattutto, le indicazioni sembrano fatte per portare fuori strada.
Il paesaggio però è da favola: dai paesini montani della Provenza attraversati dalla Grande Corniche si “precipita” (quasi letteralmente) sul bordo del mare in un dedalo di stradine tortuose e a senso unico, e quando si sono quasi perse le speranze, compare una baia da sogno con viuzze e casette abbarbicate ai piedi delle montagne. Proprio per questa sua conformazione, Villefranche è praticamente costituita da infinite gradinate con centinaia di scalini che la percorrono in verticale.
Il fascino di questa cittadina provenzale è indiscutibile, sarà forse per questo che artisti importanti come i Rolling Stones hanno scelto proprio Villefranche per creare il loro album “Exile on Main Street”. Bono degli U2 possiede una villa nella zona e Madonna è una frequentatrice abituale del posto.
Ma la fama di Villefranche è legata soprattutto a Jean Cocteau, un personaggio emblematico e controverso.
Jean Maurice Eugène Clément Cocteau (1889 –1963) è stato un saggista, drammaturgo, sceneggiatore, disegnatore, scrittore, librettista, regista ed attore francese.
Cocteau si considerava soprattutto un poeta e un filosofo. Un intellettuale controcorrente che ebbe grande influenza sui lavori di altri artisti, compreso il circolo musicale di Montparnasse, conosciuto come "Gruppo dei Sei". A Montmartre stringe amicizia con Guillaume Apollinaire, Roland Garros, Max Jacob, Pablo Picasso, Max Jacob, Erik Satie e Amedeo Modigliani, che lo ritrarrà in un famoso dipinto.
Tuttavia la fama di Jean Cocteau era quella di essere un intellettuale maledetto che cercava la spiritualità attraverso le frequentazioni di circoli esoterici, ma senza mai trovare veramente quello che cercava. Secondo alcuni era iscritto alla Massoneria, ed è un dato di fatto che il suo nome figuri nell’elenco dei Gran Maestri del Priorato di Sion, la società segreta ammantata di misteri, legata ai Rosacroce.
L’inquieto Cocteau approdò a Villefranche nel 1924 al culmine di una vita tormentata, dopo la morte del suo più caro amico, lo scrittore Raymond Radiguet. Prese dimora all’Hotel Welcome, nella stanza 22, che da allora divenne la sua seconda casa. Nel turbinìo della sua vita dissoluta, Cocteau periodicamente si rifugiava in quella che per lui era un’oasi di pace, fino a trascorrervi l’ultimo periodo della sua vita.
Che cosa lo spinse proprio in quell’angolo di mondo, lui che era abituato a girovagare senza mai fermarsi, e cosa lo trattenne per così tanto tempo? La sua ricerca spirituale e la sua vita sregolata lo portarono ad isolarsi dal mondo per trovare finalmente se stesso. Negli anni che trascorse all’Hotel Welcome ospitò numerosi artisti, filosofi e scrittori, con cui intratteneva lunghe discussioni filosofiche.
Cocteau restaurò la Chapelle Saint Pierre che divenne da allora un museo dedicato all’artista. Dopo il restauro di Cocteau, più che una cappella ora sembra un tempio massonico. Le sue decorazioni diedero all’antica cappella un volto pagano, iniziatico, e piuttosto inquietante, come se in quell’opera egli trasferisse la sua inquieta ricerca e cercasse attraverso di essa una risposta ai suoi interrogativi.
Jean Cocteau fu nominato cittadino onorario di Villefranche e proprio davanti al suo amato Hotel Welcome, di fronte alla Chapelle Saint Pierre, venne eretto un busto in suo onore.
Perchè scelse Villefranche? E cosa trovò in quel luogo?
Anticamente, l’intera zona era abitata da Greci e Romani. Ancora prima, dai Celto-liguri, che occupavano un vasto insediamento che si estendeva dall’attuale Villefranche a Saint Jean Cap Ferrat.
Le tracce di questo arcaico passato non sono visibili, eppure non si spiega, nell’ottica di una zona dedicata quasi esclusivamente al turismo, la presenza di Madonne Nere la cui esistenza non viene né spiegata né pubblicizzata.
Il culto della Madonna Nera è associato alla Grande Madre, un simbolo pagano che risale al Neolitico, se non addirittura al Paleolitico, viste le numerose figure di donne dai seni prosperosi ed il ventre gonfio che si ritrovano un po' ovunque in Europa.
La Madonna Nera, o Vergine Nera, è un simbolo apparentemente cristiano, ma il colore nero non è spiegato dalla chiesa e lascia supporre che il cristianesimo nascente abbia soppiantato i culti esistenti, in particolare i culti primigeni della Grande Madre, sostituendoli con quello della Vergine Maria. La Dea Madre, ovvero Madre Terra, la Natura, venne così raffigurata come la Vergine Nera, nera come la terra fertile che deve essere fecondata.
Innumerevoli sono le statue della Madonna Nera in tutto il mondo, e quasi sempre attorno a questo simbolo sono presenti tradizioni pagane ancora vive, sopravvissute all’avvento delle grandi religioni.
A Villefranche esiste la Chapelle de la Madone Noire, che deve il suo nome ad una grande tavola posata sull’altare principale, in cui sono raffigurati una vergine con il suo bambino, entrambi neri.
Questa cappella è molto nascosta e attualmente irraggiungibile: infatti, nonostante vi sia addirittura una fermata dell’autobus denominata “Madone Noire”, e la chiesa sorga sulla sommità di una collinetta al termine del Chemin de la Madone Noire, la strada è bloccata e non vi è nessuna indicazione per una strada alternativa, neppure pedonale.
Ma fino a pochi anni fa, in questa cappella si celebravano riti propiziatori e protettivi a cui partecipavano persone provenienti da tutte le campagne circostanti, celebrazioni dedicate soprattutto a coloro che si accingevano a partire per missioni lontane e difficili. Un volto segreto e inedito di Villefranche che è difficile associare alla cittadina balneare dedita soprattutto al turismo.
Poco distante, nel paese attiguo Saint Jean Cap Ferrat, la sorpresa è grande nel veder apparire come dal nulla una statua gigantesca raffigurante una Madonna Nera con il bambino.
La statua è alta la bellezza di 11 metri e mezzo, è di bronzo, e sorge vicino alla Chapelle Saint Hospice, edificata nell XI secolo sulle rovine di un antico santuario. Davanti all’entrata, a fianco della Vergine Nera, è posata una grande ruota forata, senza uno scopo apparente, ma anch’esso un simbolo pre-cristiano, di origini druidiche. La cappella deve il suo nome ad un santo, Hospitium, che visse verso l’anno 550 e che condusse una vita da eremita in una torre. La cappella fu per molto tempo un luogo di pellegrinaggio ed aveva la fama di esaudire i voti di chi vi si recava.
La grande Vergine Nera è stata eretta infatti nel 1904 a cura di un ricco negoziante di Nizza dopo l’esaudimento di un voto.
Chi era in realtà Hospitium? Un druido che cercava di proteggere la sua tradizione? E perchè la grande Madonna eretta fu voluta di colore nero? Un culto pagano che sta discretamente proseguendo, nascosto dall’immagine appariscente del turismo locale? Realtà invisibili che si celano nella discrezione, come la Massoneria locale, con numerose logge in Costa Azzurra.
Scopriamo che la zona fu per molto tempo anche un insediamento Templare. Accanto alla cappella, e alla grande Vergine Nera, vi è infatti un cimitero templare, con la presenza di grandi croci sia dei Cavalieri del Tempio che celtiche. Parlando con persone residenti in zona, scopriamo che i Templari, in Provenza, sono tuttora presenti anche se non si manifestano apertamente. Sappiamo che la tradizione dei Templari deriva dai Celti, un ramo celtico che si è salvato dalle persecuzioni.
Le croci celtiche del resto non mancano neppure nel cimitero di Villefranche, al centro della città alta. Croci recenti, che fanno intuire un culto mai morto.
Echi celtici che ritroviamo anche nel nome Gal, un’antica famiglia di Villefranche che diede i natali al mecenate che a seguito dell’ottenimento di un miracolo fece erigere la Vergine Nera della Chapelle Saint Hospice. La famiglia Gal fece anche costruire a Villefranche una cappella isolata e poco conosciuta, la Chapelle des Anges Gardiens (la cappella degli Angeli Custodi).
Anche questa cappella è particolare. Colpisce innanzitutto che sia priva di effigi cristiane: non vi sono né croci né crocifissi, ma solo quadri con angeli e una statua della Madonna. Lo stile, spoglio e  esoterico, ricorda la chiesa di Trehorenteuc nella foresta di Brocéliande in Bretagna, anch’essa priva di simboli cristiani ma densa di messaggi druidici.
A Villefranche la chiesa principale è quella di Saint Michel, anch’esso un simbolo stranamente presente in molti luoghi dove persistono credenze pre-cristiane. Nella chiesa di Saint Michel di Villefranche vi è una statua di Saint Roch insieme ad un cane che gli porge un pane. Saint Roch è un santo dall’identità  molto controversa, di origini incerte, a cui vengono associati poteri taumaturgici, dedito al rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi, spesso raffigurato insieme ad animali. Un santo che per via delle leggende di cui è ammantato può far pensare alla figura del druido. La leggenda racconta che un cane gli salvò la vita portandogli ogni giorno un pezzo di pane dopo che egli fu scacciato perchè contagiato dalla peste.
Tornando alla Chapelle des Anges Gardiens, nell’entrata principale si è accolti da tre statue raffiguranti delle figure che sembrano druidi. Sono poste allineate, con quella centrale (femminile) un po’ più in alto rispetto alle altre, rispecchiando il simbolo druidico del tribann o del siv’nul (il candeliere a tre braccia dei Celti).
E’ da notare che anche la figura dell’angelo custode, così come per la Madonna Nera, è stata associata a simboli pagani cooptati dal cristianesimo. L’angelo custode può essere facilmente associato allo spirito-guida presente in molte tradizioni native.
In questa cappella, non compresa nei percorsi turistici, scopriamo che i riti vengono officiati da Père Tschann, nome, anch’esso, che può ricordare l’antico termine druidico Shan, il nome con cui i druidi definivano la Natura nel suo aspetto immateriale.
Come collegare tutte queste apparenti anomalie nella realtà di Villefranche, una realtà dominata dai riti sociali imposti dal turismo e dalla vita balneare che lasciano poco spazio alla fantasia e all’immaginazione?
E qui torniamo al punto di partenza: l’Hotel Welcome, apparente centro nevralgico della nostra ricerca. Secondo alcuni autori, le sepolture rinvenute dietro l’albergo sarebbero da attribuire ad un antico cimitero templare.
La presenza dei Templari potrebbe forse darci una spiegazione sui misteri di Villefranche.  Potrebbe costituire il trait d’union tra le antiche origini celtiche della zona e l’attuale esoterismo, che trapela palesemente dalle opere di Jean Cocteau.
Forse Jean Cocteau, nei dipinti con cui ha decorato il suo amato hotel e la cappella adiacente, ha nascosto un messaggio da decifrare, destinato a chi lo sa interpretare. Forse ha lasciato ai posteri la testimonianza di un culto pagano sopravvissuto, nascosto dietro la facciata multicolore del turismo.